Parola di Re
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L'UMI è istituita per raccogliere e guidare tutti i monarchici, senza esclusioni, al fine di ricomporre in sè quella concordia discors che è una delle ragioni d'essere della Monarchia e condizione di ogni progresso politico e sociale. Suo compito non è la partecipazione diretta alla lotta politica dei partiti, ma la affermazione e la difesa degli ideali supremi di Patria e libertà, che la mia casa rappresenta.
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L'ISOLA DI CLIPPERTON: VITTORIO EMANUELE III E LE DISPUTE INTERNAZIONALI
Spesso, soprattutto negli ultimi decenni, siamo stati abituati a vedere esponenti di primo piano della nostra politica esser considerati, dal contesto geopolitico estero, poco più che fenomeni di cui discutere in un secondo momento e non nelle sedi opportune.
Tra scandali, richiami all'ordine costituzionale da parte dell'Unione Europea e interventi in commissioni/parlamenti molto discutibili, oltre la metà del nostro Paese preferisce astenersi dalle votazioni elettive.
Ma l'Italia non era così.
Prima che subentrasse l'istituzione repubblicana, la nostra Nazione godeva di un prestigio ben diverso e non perché non si chiamasse "Italia", ma perché si chiamava "Regno d'Italia".
Un prestigio tale da portare due grandi Paesi occidentali, come Francia e Messico, a scegliere proprio il Capo dello Stato italiano (il re Vittorio Emanuele III) quale arbitro del lodo territoriale riguardante un piccolo atollo agli inizi del Pacifico: l'isola di Clipperton.
Siamo nel 1931: il Regno d'Italia è uno dei Paesi più importanti d'Europa e ha un sovrano particolarmente dotato nelle discipline geografiche.
Vittorio Emanuele III non aveva mai nascosto la sua enorme propensione allo studio, soprattutto accademico, nel quale aveva raggiunto una formazione davvero notevole: agli inizi degli anni trenta del Novecento, egli aveva già avallato alcuni scritti su dispute di confine in Sudamerica (come quella del "Pirara") e conosceva la disciplina della numismatica allo stesso livello dei grandi professori mondiali.
In virtù di queste sue qualità, il Presidente della Repubblica Francese Paul Doumer lo convocò per risolvere l'annosa controversia insulare con lo Stato messicano, presieduto da Pascual Ortiz Rubio: Vittorio Emanuele accettò il mandato e iniziò a ordinare convocazioni tra diplomatici di entrambi i Paesi (almeno due, secondo i rapporti dell'epoca), affinché si potesse dirimere la questione con il maggior tasso di equità possibile.
Dopo un'attenta analisi demografica, geopolitica e topografica, il re d'Italia decise: l'isola rimaneva territorio d'oltremare della Francia, motivando tale decisione con l'argomento della "disabitabilità permanente del territorio da coloni messicani" e della "trascurabilità dell'isola quale utilizzo come porto commerciale strategico" da parte dei messicani, nonostante la vicinanza dell'isolotto alla loro Nazione.
L'accordo fu ratificato, anche alla presenza del re d'Italia, nei primi mesi del 1932 (e vale tuttora, tra l'altro) e diede un lustro agli italiani mai raggiunto durante l'era repubblicana

Comunicato stampa di martedì 25 novembre 2025
Di fronte all’assenteismo dal volto i monarchici chiedono una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadino il diritto di scegliere i propri rappresentanti
L’affluenza sotto il 45% registrata ovunque nelle elezioni regionali, molti punti meno della tornata precedente, certifica la disaffezione dei cittadini dalla politica, nonostante l’importanza delle competenze regionali in materie di grande interesse per le persone, soprattutto per quanto riguarda la sanità che soffre di gravi squilibri, in molte realtà con negazione del diritto alle cure a danno delle fasce più bisognose della popolazione. L’assenteismo dal voto preoccupa l’Unione Monarchica Italina (U.M.I.), custode dei valori dello Stato rappresentativo, perché la sfiducia dei cittadini rispetto alla possibilità di cambiare dimostra l’affievolimento delle istanze riformatrici in materia economica e sociale che, insoddisfatte, possono degenerare in protesta incontrollata.
I monarchici italiani si augurano che le forze politiche, consapevoli del disvalore dell’assenteismo, vogliano modificare la legge elettorale in modo che sia restituito ai cittadini l’interesse a partecipare alla vita politica attraverso la scelta dei propri rappresentanti, diritto costituzionale che radica le democrazie liberali.
Napoli 25 novembre 2025
Il Presidente Nazionale
Avv. Alessandro Sacchi
Qualcosa si è incrinato nelle istituzioni della Repubblica
di Salvatore Sfrecola
“Qualcosa si è incrinato nelle istituzioni della Repubblica”, ho letto in una nota stampa pubblicata a commento delle polemiche che in questa vigilia elettorale regionale hanno avvelenato il dibattito politico con sospetti di “manovre” occulte che sarebbero state pensate all’ombra del Quirinale ai danni della maggioranza di governo, in vista del 2027, quando si dovrà votare per il rinnovo di Camera e Senato. “Qualcosa si è incrinato”, a dimostrazione che in Italia la democrazia è debole, se è possibile che il Capo dello Stato, garante imparziale del funzionamento delle istituzioni, sia appena sfiorato dal dubbio di iniziative “di parte” perché che nei suoi uffici, un suo collaboratore possa aver immaginato pubblicamente, sia pure nell’occasione di una cena tra amici intenti soprattutto a parlare di calcio, scenari politici ostili all’attuale maggioranza. Pur evidentemente ignoti al Presidente.
Non è la prima volta che rumors irrompono nella vita politica a destare sospetti su persone o su istituzioni, financo sul Capo dello Stato che, ad onta dell’autorevolezza del ruolo e della persona sostanzialmente è solo e, pertanto, esposto ad essere tirato in ballo soprattutto in un contesto politico parlamentare molto diverso da quello che lo ha eletto. È accaduto con Antonio Segni e con Giovanni Leone, che poi si saprà erano stati ingiustamente accusati di mene varie.
E così, nonostante si affannino tutti a definirlo infondato, il sospetto che dietro una chiacchierata tra amici ci sia qualcosa di vero, che effettivamente una trama antiMeloni, sia auspicata se non definita, prende corpo, abilmente enfatizzata dalla stampa, anche da quella vicina all’opposizione, secondo la quale la “notizia” è inventata per una sorta di “chiamata alle armi” di una maggioranza che rivela al suo interno anche dissensi su alcuni profili istituzionali. A dimostrazione di un clima avvelenato che mette in discussione l’assetto costituzionale delle istituzioni, dal Parlamento, relegato da tempo al ruolo di passacarte delle decisioni del Governo, alla Magistratura, della quale è stato appena definito un nuovo ordinamento, alla Corte dei conti della quale è previsto un ridimensionamento del ruolo di tutore degli sprechi ai danni dei bilanci e dei patrimoni pubblici, mentre monta un fastidio non nascosto nei confronti delle autorità indipendenti. Sullo sfondo, la riforma del cosiddetto “Premierato” che modificherebbe radicalmente l’ordinamento della Repubblica, in particolare ridimensionando il ruolo del Capo dello Stato. Per cui a taluno potrebbe apparire verosimile in sul Colle siano immaginabili “contromisure” nonostante il Presidente abbia dimostrato di esercitare il suo ruolo con raro equilibrio, con atteggiamento quasi notarile, prendendo atto di iniziative legislative di competenza del governo anche quando hanno fatto più volte storcere la bocca ai giuristi liberali, soprattutto per un certo disinvolto uso della decretazione d’urgenza, divenuta mezzo ordinario di formazione della legislazione, nonostante il governo disponga di una maggioranza ampia e compatta.
Sergio Mattarella, giurista raffinato, ministro e giudice costituzionale, maturato nella cultura del cattolicesimo democratico ha costantemente dimostrato grande equilibrio ed anche nelle sue frequenti esternazioni, in Italia e all’estero, ha sempre difeso con fermezza i valori della democrazia liberale consegnati nella Costituzione, richiamando i principi della solidarietà, del rispetto della persona umana, della pace nella giustizia, evocata per l’Ucraina e il Medio Oriente.
Tuttavia, è evidente, anche dai riferimenti alle riforme attuate o in cantiere che l’assetto della Repubblica manifesta molteplici segnali di crisi profonda che la classe politica non sembra in condizione di affrontare. Né l’ipotesi ricorrente di affidare ad una Assemblea costituente il restiling della Carta fondamentale appare rassicurante, considerate le soluzioni che si leggono nelle proposte dei partiti, nei disegni di revisione costituzionale all’esame del Parlamento anche con riferimento ai lavori delle Commissioni bicamerali per la riforma dello Stato opportunamente abortite negli anni scorsi. Dove i Calamandrei, gli Einaudi, i Ruini, i Mortati, i Terracini che animarono il dibattito alla Costituente traendo il meglio dalle analoghe leggi fondamentali dei paesi occidentali?
Forse non è necessario neppure un riassetto profondo. Le istituzioni sono state disegnate con saggezza dal Costituente, l’equilibrio tra i poteri se mantenuto nella prassi quotidiana è capace di assicurare una adeguata governabilità, che è poi la ragione di molte proposte di riforma, in particolare del premierato, nel rispetto del ruolo del Parlamento espressione di quello stato “rappresentativo” nato nel 1861 sulla base dello Statuto Albertino. Ciò che rende centrale il sistema elettorale al quale è affidato il compito fondamentale di selezionare la classe politica. Contestualmente rafforzando il ruolo del Capo dello Stato, come garante imparziale della legalità costituzionale, un ruolo difficile in una Repubblica nella quale in ogni caso il Presidente sarà sempre espressione di una parte più o meno ampia, ma di una parte e sarà inevitabilmente portato a dargli spazio.
Partire, dunque, dalla legge elettorale guardando ad esperienze estere laddove i partiti, meglio le segreterie dei partiti, hanno fatto un passo indietro rispetto ai gruppi parlamentari costituiti da rappresentanti scelti sulla base di una diretta conoscenza dell’elettore con voto di preferenza oppure, meglio ancora, in collegi uninominali nei quali l’elettore si confronta con il candidato, all’inglese, per intenderci, un sistema che ha dimostrato di saper selezionare il corpo politico. Lì, sulle rive del Tamigi, da sempre il confronto politico, anche aspro, alimenta una mentalità partecipativa che è l’anima della democrazia e fa sì che possano cambiare radicalmente le maggioranze senza che siano messe in discussione le regole dell’assetto dei poteri. Sarà anche perché al vertice dello stato siede un Sovrano che non è coinvolto nella lotta dei partiti.
Ce n’è per riflettere su quella situazione di evidente crisi politico-istituzionale che alimenta sospetti e fake news che fanno scrivere i giornali ma allontanano i cittadini dalle urne.



