Parola di Re
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L'UMI è istituita per raccogliere e guidare tutti i monarchici, senza esclusioni, al fine di ricomporre in sè quella concordia discors che è una delle ragioni d'essere della Monarchia e condizione di ogni progresso politico e sociale. Suo compito non è la partecipazione diretta alla lotta politica dei partiti, ma la affermazione e la difesa degli ideali supremi di Patria e libertà, che la mia casa rappresenta.
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Umberto I e il legame con Napoli: l'epidemia colerica del 1884
di Andrea Molle
La grandezza di un leader si misura dalla voglia di operare insieme a chi ha bisogno d'aiuto, si dice spesso.
Lo stesso concetto vale anche per le istituzioni politiche: più un rappresentante delle istituzioni è vicino al popolo, più il popolo comprende quanto il rappresentante dello Stato voglia carpire le esigenze della comunità.
I Savoia, nella seconda metà dell'Ottocento, quando hanno dovuto dimostrare di "saper fare gli italiani" (quindi creare il concetto di Patria, un concetto oggi quasi completamente sconosciuto ai più), hanno adottato in questo senso delle decisioni destinate a essere tramandate ai posteri.
Quella che raccontiamo oggi, è una di quelle decisioni.
Ci troviamo nei primi giorni d'estate del 1884. Il re d'Italia, Umberto I e la Regina Margherita sono in viaggio verso Pordenone, dove li attende un salotto composto da tutta l'aristocrazia piemontese e friulana, invitati mesi prima attraverso vari incontri circostanziati.
La carrozza regia corre veloce verso la piazza principale della città, dopo un viaggio che sembrava quasi interminabile.
Ma, proprio mentre il re si accinge a scendere dalla carrozza, uno dei suoi messaggeri gli fa recapitare un telegramma firmato dal sindaco di Napoli, Nicola Amore e dal Consigliere Provinciale della Sezione "Pendino" (la più popolosa di Napoli), il conte Guglielmo Capitelli.
Il contenuto del telegramma è agghiacciante: "Maestà, nel Basso Porto infesta la furia del colera. Si sta espandendo in città, settemila morti accertati. La Croce Bianca, guidata dal Nicotera, vi è in difficoltà, preghi per noi e ossequi la regina. Sindaco Nicola Amore".
A Umberto e Margherita bastò scambiarsi uno sguardo. Entrambi avevano sviluppato con la città partenopea un forte legame (ci avevano vissuto otto anni, dal 1862 al 1870), un legame sancito dalla nascita del loro unico figlio proprio nel Palazzo Reale di Napoli, a cui fu anche assegnato il titolo di "Principe di Napoli"; inoltre la Regina Margherita, in quegli otto anni, si era fatta riconoscere per l'estrema affabilità nei confronti della popolazione e per l'abitudine di girare per strada tranquillamente, anche durante la gravidanza, dialogando con tutte le persone che le rivolgevano la parola.
La risposta che Umberto dà al messaggero è da manuale del carisma: "dica agli ospiti di sala che a Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli".
I due sovrani si fanno immediatamente accompagnare alla stazione, dove li aspetta un treno diretto nel Meridione e un viaggio di circa quattro giorni.
Appena i giornali napoletani scrivono che Umberto e Margherita sono arrivati in città, un'enorme folla cinge d'assedio la stazione in quella che diventerà Piazza Garibaldi; l'entusiasmo è tale che una testimonianza di Sabatino Lopez recita "andarono tutti alla stazione. Il popolo piangeva di riconoscenza. Un cocchiere esclamò 'finalmente, 'nu rre che vene a murì cu' nuje', udito anche dal consiglier Guglielmo Capitelli".
Umberto si fa accompagnare immediatamente verso il Pendino, la zona più devastata dall'epidemia. Lui e la regina avevano portato dal Settentrione stoffe, tamponi, garze, mercurio...e dignità.
Umberto, infatti, nonostante gli inviti degli addetti alla Croce di salvarsi dal contagio, dà regolarmente una mano ai soccorritori della Croce Bianca, presenziando al trasferimento nei lazzaretti dei malati, mentre la Regina Margherita distribuisce cibo e bevande ai volontari nel soccorso.
Quando risalgono a Roma, il re spinge istantaneamente il Parlamento ad approvare una legge per la riqualificazione completa e la bonifica delle aree più popolose di Napoli, onde evitare altri disastri simili.
Nasce così la "Legge pel Risanamento di Napoli", destinata a migliorare e cambiare il volto dell'intero agglomerato urbano partenopeo.

La monarchia per i repubblicani Una conversazione, non un monologo
Un contributo di Andrea Molle
Monarchia possibile
Il futuro realistico di un’idea proibita
È difficile parlare del futuro del monarchismo in Italia senza partire da una doppia onestà: realista e realistica. Realista, perché il monarchismo non è solo un sentimento nostalgico, ma una proposta istituzionale che si confronta con la realtà di un Paese, con i suoi equilibri, i suoi traumi, la sua storia. Realistica, perché fingere che la restaurazione sia dietro l’angolo o “a portata di referendum” significa condannare il monarchismo a restare per sempre nel reparto folklore, tra rievocazioni storiche e cene in abito d’epoca.
Il primo dato, ineludibile, è che non esiste oggi in Italia alcun vettore politico, sociale o culturale con la massa critica necessaria per proporre seriamente un ritorno alla monarchia costituzionale. La Repubblica, pur stanca, delegittimata, mal amata, è interiorizzata da almeno tre generazioni come lo sfondo ovvio del vivere politico. La memoria del 1946, con tutte le sue ombre e irregolarità, è stata istituzionalizzata al punto da diventare un tabù: metterla in discussione sul piano giuridico o storico è possibile, ma proporre una “revisione” costituzionale in senso monarchico appare, oggi, a metà tra il surreale e l’inoffensivo. Questo è il contesto: ignorarlo non è coraggio, è autoinganno.
Detto questo, il monarchismo non è morto. È frammentato, confuso, spesso mal rappresentato, ma non morto. E il suo futuro dipende innanzitutto dalla capacità di uscire da tre trappole che lo condannano all’irrilevanza: la trappola dinastica, la trappola ideologica, la trappola pataccologica.
La trappola dinastica è quella più vistosa. In Italia il monarchismo è stato quasi completamente sequestrato da una serie di contese genealogiche – Savoia contro Savoia, Savoia contro Borbone, Borbone contro Borbone – che interessano, nella migliore delle ipotesi, poche migliaia di persone molto motivate e completamente irrilevanti per il resto del Paese. La disputa sul “legittimo erede” della Corona d’Italia è un tema da convegno specialistico, non il fondamento di un progetto politico. Finché il monarchismo italiano si presenta come tifoseria per questo o quel pretendente, non ha futuro: ha solo curva sud.
Un monarchismo realistico dovrebbe ribaltare il ragionamento: prima viene la forma di Stato, poi – eventualmente – chi la incarna. Prima la riflessione istituzionale, poi la genealogia. Se il dibattito resta “Aimone o Emanuele Filiberto”, “Savoia o Borbone”, non esce dalla bolla.
La trappola ideologica è altrettanto pericolosa. Per decenni in Italia il monarchismo è stato culturalmente agganciato alla destra nostalgica, alla memoria deformata del periodo pre-repubblicano, alla retorica “né fascismo né antifascismo”, o peggio a un certo revisionismo confuso in cui il Re è al tempo stesso garante e vittima, presente e assente, colpevole ma innocente. Questo ha reso impossibile qualsiasi discorso monarchico in un quadro liberaldemocratico maturo, perché ha legato la parola “monarchia” a un immaginario reazionario, a volte clericale, a volte semplicemente rancoroso.
Un monarchismo del XXI secolo dovrebbe fare esattamente il contrario: presentarsi come proposta istituzionale per una democrazia liberale moderna, secolare, europeista, capace di garantire una figura super partes là dove la Repubblica ha prodotto presidenti sempre più percepiti come espressione di area politica e non di comunità nazionale. Dove il nazional-populismo urla “il popolo siamo noi”, il monarchismo serio dovrebbe ricordare che la nazione non coincide mai con una parte, e che un capo dello Stato non elettivo può essere una barriera, non un feticcio.
Poi c’è la trappola pataccologica, che chi ci legge conosce bene. Titoli inventati, ordini “dinastici” venduti a pacchetto, mantelli ricamati, stemmi improbabili, cavalierati di micronazioni, pseudo-grandi maestri che si autoproclamano discendenti di qualcosa. Questo è il veleno lento del monarchismo italiano: trasformare un tema serio – il ruolo delle istituzioni nella democrazia – in un carnevale di patacche. Per il cittadino medio, “monarchico” diventa automaticamente sinonimo di buffoneria, cosplay araldico, gioco di ruolo per signori annoiati.
Un monarchismo con futuro dovrebbe avere il coraggio di fare pulizia: dire chiaramente cosa è tradizione storica e cosa è merchandising, cosa è ordine legittimo e cosa è business, cosa appartiene alla storia di Stato e cosa alla fantasia privata. Senza questa distinzione, nessuno – né a sinistra né al centro né a destra – prenderà mai sul serio l’idea stessa di monarchia.
Qual è allora, in modo realistico, il miglior futuro possibile per il monarchismo in Italia? Non la restaurazione in tempi brevi, non il ritorno del Re al Quirinale, non la riapertura dei Savoia a Palazzo Reale. Il futuro possibile è un altro: diventare un laboratorio di critica istituzionale e di cultura costituzionale. In un Paese in cui la Repubblica ha mostrato tutti i suoi limiti – frammentazione, personalizzazione del potere, debolezza del ruolo super partes, simboli statali poco credibili – il monarchismo potrebbe proporre, se avesse coraggio, tre linee di lavoro.
La prima: una riflessione seria sul capo dello Stato. Non in chiave “torni il Re”, ma in chiave comparata: cosa garantiscono le monarchie costituzionali europee che il modello italiano non riesce più a garantire? Cosa significa avere un capo dello Stato non eletto, neutrale, separato dalla logica di maggioranza? Che differenza c’è tra un presidente che nasce da un accordo parlamentare e un sovrano che non deve vincere contro nessuno per esistere? Mettere queste domande sul tavolo è già un modo per spostare il discorso dal passato al futuro.La seconda: la battaglia culturale contro il nazionalismo tossico. È un paradosso solo apparente: proprio perché la monarchia è stata storicamente legata all’idea di nazione, oggi può essere uno strumento per de-tossificare il patriottismo. Nei Paesi dove funziona, il sovrano è il simbolo di un’appartenenza che non ha bisogno di trasformarsi in guerra civile permanente contro “i nemici interni”. In Italia, dove la bandiera viene usata a giorni alterni da una parte politica contro l’altra, un ragionamento monarchico potrebbe aiutare a ricordare che la comunità viene prima delle maggioranze, che esiste uno spazio simbolico che non dovrebbe essere conteso sul mercato elettorale. Anche senza Re, questo discorso serve.
La terza: una ridefinizione della parola “monarchico”. Oggi in Italia significa, quasi automaticamente, o nostalgico del passato o cliente di un ordine farlocco. Potrebbe e dovrebbe significare altro: persona convinta che la democrazia abbia bisogno di istituzioni che non siano tutte immediatamente disponibili alla competizione politica; persona che vede nella monarchia un possibile modello di neutralità, non un feticcio genealogico; persona che studia come funzio…
L'ISOLA DI CLIPPERTON: VITTORIO EMANUELE III E LE DISPUTE INTERNAZIONALI
Spesso, soprattutto negli ultimi decenni, siamo stati abituati a vedere esponenti di primo piano della nostra politica esser considerati, dal contesto geopolitico estero, poco più che fenomeni di cui discutere in un secondo momento e non nelle sedi opportune.
Tra scandali, richiami all'ordine costituzionale da parte dell'Unione Europea e interventi in commissioni/parlamenti molto discutibili, oltre la metà del nostro Paese preferisce astenersi dalle votazioni elettive.
Ma l'Italia non era così.
Prima che subentrasse l'istituzione repubblicana, la nostra Nazione godeva di un prestigio ben diverso e non perché non si chiamasse "Italia", ma perché si chiamava "Regno d'Italia".
Un prestigio tale da portare due grandi Paesi occidentali, come Francia e Messico, a scegliere proprio il Capo dello Stato italiano (il re Vittorio Emanuele III) quale arbitro del lodo territoriale riguardante un piccolo atollo agli inizi del Pacifico: l'isola di Clipperton.
Siamo nel 1931: il Regno d'Italia è uno dei Paesi più importanti d'Europa e ha un sovrano particolarmente dotato nelle discipline geografiche.
Vittorio Emanuele III non aveva mai nascosto la sua enorme propensione allo studio, soprattutto accademico, nel quale aveva raggiunto una formazione davvero notevole: agli inizi degli anni trenta del Novecento, egli aveva già avallato alcuni scritti su dispute di confine in Sudamerica (come quella del "Pirara") e conosceva la disciplina della numismatica allo stesso livello dei grandi professori mondiali.
In virtù di queste sue qualità, il Presidente della Repubblica Francese Paul Doumer lo convocò per risolvere l'annosa controversia insulare con lo Stato messicano, presieduto da Pascual Ortiz Rubio: Vittorio Emanuele accettò il mandato e iniziò a ordinare convocazioni tra diplomatici di entrambi i Paesi (almeno due, secondo i rapporti dell'epoca), affinché si potesse dirimere la questione con il maggior tasso di equità possibile.
Dopo un'attenta analisi demografica, geopolitica e topografica, il re d'Italia decise: l'isola rimaneva territorio d'oltremare della Francia, motivando tale decisione con l'argomento della "disabitabilità permanente del territorio da coloni messicani" e della "trascurabilità dell'isola quale utilizzo come porto commerciale strategico" da parte dei messicani, nonostante la vicinanza dell'isolotto alla loro Nazione.
L'accordo fu ratificato, anche alla presenza del re d'Italia, nei primi mesi del 1932 (e vale tuttora, tra l'altro) e diede un lustro agli italiani mai raggiunto durante l'era repubblicana




