Parola di Re
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L'UMI è istituita per raccogliere e guidare tutti i monarchici, senza esclusioni, al fine di ricomporre in sè quella concordia discors che è una delle ragioni d'essere della Monarchia e condizione di ogni progresso politico e sociale. Suo compito non è la partecipazione diretta alla lotta politica dei partiti, ma la affermazione e la difesa degli ideali supremi di Patria e libertà, che la mia casa rappresenta.
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La Palermo tumultuosa del 1897, l’inaugurazione del “Massimo Vittorio Emanuele” e la compostezza dei Sovrani d’Italia.
di Andrea Molle
Il carisma è una dote che, purtroppo, non molti esseri umani possiedono.Avere una certa tempra significa, anche, affrontare situazioni incresciose con una risolutezza proverbiale, con una ponderazione sicuramente non comune, mai tralasciando il proprio impegno - a prescindere dalla tipologia dello stesso - verso coloro che ammirano tale carisma.
Di quanti rappresentanti politici e/o istituzionali si è ammirato un carisma, un vero carisma da trascinatori?
Sicuramente pochi, anzi, pochissimi.
E, tra questi pochissimi, spicca sicuramente il re d'Italia Umberto I: già è stato citato, sulle nostre pagine, l'episodio riguardante il suo intervento durante la piaga colerica napoletana del 1884.
Oggi, citiamo un altro esempio degno della personalità del secondo re del Regno.
Palermo, 16 maggio 1897: una folla trepidante attendeva il taglio di un nastrino sabaudo da parte del sindaco cittadino Michele Amato Pojero, eletto da appena un giorno; il nastrino raccordava i lati di un mastodontico portale d'ingresso, di una delle strutture più monumentali ed emblematiche della resurrezione urbanistica del Meridione postunitario.
Un enorme edificio in stile neoclassico-eclettico, decorato con marmi colorati e stucchi finemente ornati, talmente bello da folgorare la mente di chiunque lo accarezzi con lo sguardo: era il "Teatro Massimo Vittorio Emanuele", in quel momento il terzo complesso teatrale più grande d'Europa, dopo l'Opéra National di Parigi e la Wiener Staatsoper della capitale austriaca.
Un'opera immensa che Palermo aspettava dall'epoca del dominio borbonico, la cui prima pietra fu posta nel lontano 1875, dopo aver spianato un'intera area su cui sorgevano una decina di edifici religiosi tra cui la Chiesa delle Stimmate, la Chiesa di San Giuliano e la Chiesa di Sant'Agata con annessi monasteri, conventi, lavande e murarie benedette.
A quell'inaugurazione, erano presenti anche i sovrani d'Italia Umberto e Margherita: sebbene la maggior parte degli avventori cercasse la loro approvazione, omaggiando la coppia reale, un'altra ma maggiormente rumorosa parte iniziò a contestarli con veemenza; la protesta ebbe, come causale, la cosiddetta "rivolta del pane", scatenatasi principalmente in Sicilia, Campania, Piemonte e soprattutto Lombardia (ove, tragicamente, a Milano essa si concluderà con la repressione armata - nell'anno successivo - della "rivolta dello stomaco", da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris), in cui i produttori e i dettaglianti di grano grezzo iniziarono a ribellarsi contro le nuove imposte sui prodotti da macino.
Nonostante il contenimento dei facinorosi da parte dei Corazzieri e nonostante i tumulti (abbastanza disturbanti per la particolare occasione) non avrebbero potuto impedire il loro ingresso al palchetto regio, Umberto e Margherita decisero, inaspettatamente, di non assistere allo spettacolo inaugurale del teatro, la prima palermitana del "Falstaff" di Giuseppe Verdi: la ragione era connotabile nel non creare una disunione ancor più netta tra la popolazione presente, in quanto i sovrani non vollero apparire "benvoluti" se non realmente benvoluti da tutto il popolo cittadino.
Mentre le alte cariche provinciali e comunali si accinsero a sedersi sulle nuovissime poltrone degli ordini di palchi, insieme ai membri aristocratici dei circoli siciliani e ai borghesi, Umberto e Margherita si lasciarono accompagnare presso il Palazzo di Città, seguitati da una nutrita schiera di locali festanti, dal quale si affacceranno più volte per salutare quella parte di comunità fedele alla loro reputazione.
E torneranno a Roma non avendo assistito al "Falstaff", nonostante i numerosi inviti delle cariche amministrative a presenziare allo spettacolo.
Farsi da parte per non generare altro odio, oppure essere presenti dove si muore e non si fa festa, oppure ponderare con compostezza le mosse a favore dell'unità della Patria: queste le grandi caratteristiche possedute da Umberto e Margherita.
Caratteristiche difficilmente riscontrabili, al giorno d'oggi.

Umberto I e il legame con Napoli: l'epidemia colerica del 1884
di Andrea Molle
La grandezza di un leader si misura dalla voglia di operare insieme a chi ha bisogno d'aiuto, si dice spesso.
Lo stesso concetto vale anche per le istituzioni politiche: più un rappresentante delle istituzioni è vicino al popolo, più il popolo comprende quanto il rappresentante dello Stato voglia carpire le esigenze della comunità.
I Savoia, nella seconda metà dell'Ottocento, quando hanno dovuto dimostrare di "saper fare gli italiani" (quindi creare il concetto di Patria, un concetto oggi quasi completamente sconosciuto ai più), hanno adottato in questo senso delle decisioni destinate a essere tramandate ai posteri.
Quella che raccontiamo oggi, è una di quelle decisioni.
Ci troviamo nei primi giorni d'estate del 1884. Il re d'Italia, Umberto I e la Regina Margherita sono in viaggio verso Pordenone, dove li attende un salotto composto da tutta l'aristocrazia piemontese e friulana, invitati mesi prima attraverso vari incontri circostanziati.
La carrozza regia corre veloce verso la piazza principale della città, dopo un viaggio che sembrava quasi interminabile.
Ma, proprio mentre il re si accinge a scendere dalla carrozza, uno dei suoi messaggeri gli fa recapitare un telegramma firmato dal sindaco di Napoli, Nicola Amore e dal Consigliere Provinciale della Sezione "Pendino" (la più popolosa di Napoli), il conte Guglielmo Capitelli.
Il contenuto del telegramma è agghiacciante: "Maestà, nel Basso Porto infesta la furia del colera. Si sta espandendo in città, settemila morti accertati. La Croce Bianca, guidata dal Nicotera, vi è in difficoltà, preghi per noi e ossequi la regina. Sindaco Nicola Amore".
A Umberto e Margherita bastò scambiarsi uno sguardo. Entrambi avevano sviluppato con la città partenopea un forte legame (ci avevano vissuto otto anni, dal 1862 al 1870), un legame sancito dalla nascita del loro unico figlio proprio nel Palazzo Reale di Napoli, a cui fu anche assegnato il titolo di "Principe di Napoli"; inoltre la Regina Margherita, in quegli otto anni, si era fatta riconoscere per l'estrema affabilità nei confronti della popolazione e per l'abitudine di girare per strada tranquillamente, anche durante la gravidanza, dialogando con tutte le persone che le rivolgevano la parola.
La risposta che Umberto dà al messaggero è da manuale del carisma: "dica agli ospiti di sala che a Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli".
I due sovrani si fanno immediatamente accompagnare alla stazione, dove li aspetta un treno diretto nel Meridione e un viaggio di circa quattro giorni.
Appena i giornali napoletani scrivono che Umberto e Margherita sono arrivati in città, un'enorme folla cinge d'assedio la stazione in quella che diventerà Piazza Garibaldi; l'entusiasmo è tale che una testimonianza di Sabatino Lopez recita "andarono tutti alla stazione. Il popolo piangeva di riconoscenza. Un cocchiere esclamò 'finalmente, 'nu rre che vene a murì cu' nuje', udito anche dal consiglier Guglielmo Capitelli".
Umberto si fa accompagnare immediatamente verso il Pendino, la zona più devastata dall'epidemia. Lui e la regina avevano portato dal Settentrione stoffe, tamponi, garze, mercurio...e dignità.
Umberto, infatti, nonostante gli inviti degli addetti alla Croce di salvarsi dal contagio, dà regolarmente una mano ai soccorritori della Croce Bianca, presenziando al trasferimento nei lazzaretti dei malati, mentre la Regina Margherita distribuisce cibo e bevande ai volontari nel soccorso.
Quando risalgono a Roma, il re spinge istantaneamente il Parlamento ad approvare una legge per la riqualificazione completa e la bonifica delle aree più popolose di Napoli, onde evitare altri disastri simili.
Nasce così la "Legge pel Risanamento di Napoli", destinata a migliorare e cambiare il volto dell'intero agglomerato urbano partenopeo.

La monarchia per i repubblicani Una conversazione, non un monologo
Un contributo di Andrea Molle
Monarchia possibile
Il futuro realistico di un’idea proibita
È difficile parlare del futuro del monarchismo in Italia senza partire da una doppia onestà: realista e realistica. Realista, perché il monarchismo non è solo un sentimento nostalgico, ma una proposta istituzionale che si confronta con la realtà di un Paese, con i suoi equilibri, i suoi traumi, la sua storia. Realistica, perché fingere che la restaurazione sia dietro l’angolo o “a portata di referendum” significa condannare il monarchismo a restare per sempre nel reparto folklore, tra rievocazioni storiche e cene in abito d’epoca.
Il primo dato, ineludibile, è che non esiste oggi in Italia alcun vettore politico, sociale o culturale con la massa critica necessaria per proporre seriamente un ritorno alla monarchia costituzionale. La Repubblica, pur stanca, delegittimata, mal amata, è interiorizzata da almeno tre generazioni come lo sfondo ovvio del vivere politico. La memoria del 1946, con tutte le sue ombre e irregolarità, è stata istituzionalizzata al punto da diventare un tabù: metterla in discussione sul piano giuridico o storico è possibile, ma proporre una “revisione” costituzionale in senso monarchico appare, oggi, a metà tra il surreale e l’inoffensivo. Questo è il contesto: ignorarlo non è coraggio, è autoinganno.
Detto questo, il monarchismo non è morto. È frammentato, confuso, spesso mal rappresentato, ma non morto. E il suo futuro dipende innanzitutto dalla capacità di uscire da tre trappole che lo condannano all’irrilevanza: la trappola dinastica, la trappola ideologica, la trappola pataccologica.
La trappola dinastica è quella più vistosa. In Italia il monarchismo è stato quasi completamente sequestrato da una serie di contese genealogiche – Savoia contro Savoia, Savoia contro Borbone, Borbone contro Borbone – che interessano, nella migliore delle ipotesi, poche migliaia di persone molto motivate e completamente irrilevanti per il resto del Paese. La disputa sul “legittimo erede” della Corona d’Italia è un tema da convegno specialistico, non il fondamento di un progetto politico. Finché il monarchismo italiano si presenta come tifoseria per questo o quel pretendente, non ha futuro: ha solo curva sud.
Un monarchismo realistico dovrebbe ribaltare il ragionamento: prima viene la forma di Stato, poi – eventualmente – chi la incarna. Prima la riflessione istituzionale, poi la genealogia. Se il dibattito resta “Aimone o Emanuele Filiberto”, “Savoia o Borbone”, non esce dalla bolla.
La trappola ideologica è altrettanto pericolosa. Per decenni in Italia il monarchismo è stato culturalmente agganciato alla destra nostalgica, alla memoria deformata del periodo pre-repubblicano, alla retorica “né fascismo né antifascismo”, o peggio a un certo revisionismo confuso in cui il Re è al tempo stesso garante e vittima, presente e assente, colpevole ma innocente. Questo ha reso impossibile qualsiasi discorso monarchico in un quadro liberaldemocratico maturo, perché ha legato la parola “monarchia” a un immaginario reazionario, a volte clericale, a volte semplicemente rancoroso.
Un monarchismo del XXI secolo dovrebbe fare esattamente il contrario: presentarsi come proposta istituzionale per una democrazia liberale moderna, secolare, europeista, capace di garantire una figura super partes là dove la Repubblica ha prodotto presidenti sempre più percepiti come espressione di area politica e non di comunità nazionale. Dove il nazional-populismo urla “il popolo siamo noi”, il monarchismo serio dovrebbe ricordare che la nazione non coincide mai con una parte, e che un capo dello Stato non elettivo può essere una barriera, non un feticcio.
Poi c’è la trappola pataccologica, che chi ci legge conosce bene. Titoli inventati, ordini “dinastici” venduti a pacchetto, mantelli ricamati, stemmi improbabili, cavalierati di micronazioni, pseudo-grandi maestri che si autoproclamano discendenti di qualcosa. Questo è il veleno lento del monarchismo italiano: trasformare un tema serio – il ruolo delle istituzioni nella democrazia – in un carnevale di patacche. Per il cittadino medio, “monarchico” diventa automaticamente sinonimo di buffoneria, cosplay araldico, gioco di ruolo per signori annoiati.
Un monarchismo con futuro dovrebbe avere il coraggio di fare pulizia: dire chiaramente cosa è tradizione storica e cosa è merchandising, cosa è ordine legittimo e cosa è business, cosa appartiene alla storia di Stato e cosa alla fantasia privata. Senza questa distinzione, nessuno – né a sinistra né al centro né a destra – prenderà mai sul serio l’idea stessa di monarchia.
Qual è allora, in modo realistico, il miglior futuro possibile per il monarchismo in Italia? Non la restaurazione in tempi brevi, non il ritorno del Re al Quirinale, non la riapertura dei Savoia a Palazzo Reale. Il futuro possibile è un altro: diventare un laboratorio di critica istituzionale e di cultura costituzionale. In un Paese in cui la Repubblica ha mostrato tutti i suoi limiti – frammentazione, personalizzazione del potere, debolezza del ruolo super partes, simboli statali poco credibili – il monarchismo potrebbe proporre, se avesse coraggio, tre linee di lavoro.
La prima: una riflessione seria sul capo dello Stato. Non in chiave “torni il Re”, ma in chiave comparata: cosa garantiscono le monarchie costituzionali europee che il modello italiano non riesce più a garantire? Cosa significa avere un capo dello Stato non eletto, neutrale, separato dalla logica di maggioranza? Che differenza c’è tra un presidente che nasce da un accordo parlamentare e un sovrano che non deve vincere contro nessuno per esistere? Mettere queste domande sul tavolo è già un modo per spostare il discorso dal passato al futuro.La seconda: la battaglia culturale contro il nazionalismo tossico. È un paradosso solo apparente: proprio perché la monarchia è stata storicamente legata all’idea di nazione, oggi può essere uno strumento per de-tossificare il patriottismo. Nei Paesi dove funziona, il sovrano è il simbolo di un’appartenenza che non ha bisogno di trasformarsi in guerra civile permanente contro “i nemici interni”. In Italia, dove la bandiera viene usata a giorni alterni da una parte politica contro l’altra, un ragionamento monarchico potrebbe aiutare a ricordare che la comunità viene prima delle maggioranze, che esiste uno spazio simbolico che non dovrebbe essere conteso sul mercato elettorale. Anche senza Re, questo discorso serve.
La terza: una ridefinizione della parola “monarchico”. Oggi in Italia significa, quasi automaticamente, o nostalgico del passato o cliente di un ordine farlocco. Potrebbe e dovrebbe significare altro: persona convinta che la democrazia abbia bisogno di istituzioni che non siano tutte immediatamente disponibili alla competizione politica; persona che vede nella monarchia un possibile modello di neutralità, non un feticcio genealogico; persona che studia come funzio…



