Il Presidente Nazionale dell'U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, ha nominato Amedeo Di Maio, napoletano, diciannovenne, studente in Medicina e Chirurgia, Commissario Nazionale del Fronte Monarchico Giovanile. Ad Amedeo Di Maio, i migliori auguri di buon lavoro dall'Unione Monarchica Italiana.   

              

Amedeo Di Maio

 

Sembra evidente a chiunque abbia una pur limitata conoscenza del diritto, e di quello costituzionale in specie, che la materia della successione al trono di uno stato retto da una monarchia costituzionale vada necessariamente ricercata nella Carta fondamentale dello Stato, cioè nella sua Costituzione. Infatti lo Statuto Albertino reca all’art. 2 la regola della successione al trono affermando che “il trono è ereditato secondo la legge salica”. Se ne deduce che solo una nuova carta costituzionale del Regno, da approvare nelle forme proprie di uno Stato “retto da un Governo Monarchico Rappresentativo” (sempre all’art. 2) potrebbe modificare la regola della successione al trono.

In sostanza la regola non è nella disponibilità della Famiglia Savoia ma degli organi dello Stato Rappresentativo, cioè del Parlamento in funzione costituente.

Se ne deduce che l’iniziativa preannunciata oggi costituisce una boutade priva di qualunque effetto giuridico.

Roma,15.01.2020

Il Presidente Nazionale 

Avv. Alessandro Sacchi

Escludere il Parlamento sulla legge di Bilancio è uno sfregio alla Carta

di Salvatore Sfrecola

Il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2020, approvato dal Senato, è all’esame della Camera che lo voterà entro il 23. Un impegno inutile, perché quel documento è immodificabile. Non giuridicamente, ma perché così vuole la maggioranza giallo-rossa paventando il ricorso all’esercizio provvisorio, necessario se il bilancio non diviene legge entro il 31 dicembre.

Flebili le voci levatisi per denunciare questa gravissima lesione delle prerogative parlamentari, senza nessuna considerazione per la natura essenzialmente finanziaria delle assemblee elettive la cui storia coincide con lo sviluppo della democrazia fin da quando si è affermato il principio che il prelievo delle imposte debba essere consentito da chi sarà chiamato a pagarle. Fin dalla Magna Charta Libertatum (15 giugno 1215), quando viene istituita la Camera dei Comuni, assemblea dei contribuenti alla quale il Re Giovanni d’Inghilterra, attribuisce la funzione di autorizzazione al prelievo. In tal modo si legano tassazione, utilizzazione delle risorse così ottenute e rappresentanza popolare. È quello che si chiama “diritto del bilancio”, quale momento centrale della vita politica in quanto in quel documento sono consegnate le politiche fiscali e quelle della spesa, cioè l’assegnazione delle risorse alle politiche pubbliche, dalla sicurezza all’agricoltura, dalla scuola alla giustizia, dall’industria alla sanità, per fare qualche esempio. Per cui Camillo di Cavour soleva dire “datemi un bilancio ben fatto e vi dirò con un paese è governato”, dove “ben fatto” significa chiaro, capace di rendere evidente la realtà di un paese, con la sua ricchezza ed i suoi debiti.

Posto l’inscindibile rapporto tra Governo e Parlamento, tra decisione su entrate e spese e rappresentanza popolare è evidente che il mancato approfondimento del bilancio nella apposita sessione che le Camere riservano all’esame dei documenti finanziari, costituisce una gravissima lesione della democrazia. Insufficiente l’esame, impedito l’esercizio del potere emendativo che spetta a ciascun parlamentare, il bilancio è stato approvato sulla base di un maxiemendamento monstrum con molte centinaia di commi e di pagine sul quale il governo ha posto la questione di fiducia, un istituto parlamentare del quale, chi crede nella democrazia, suggerisce di non abusare.

È un nuovo, preoccupante segnale di allarme per la democrazia rappresentativa. E non è certo il “pericolo” dell’esercizio provvisorio che può giustificare questa compressione dei diritti costituzionali delle Camere perché quello evocato come uno spauracchio non è niente di drammatico. Previsto dalla Costituzione all’att. 81, comma 2, l’esercizio provvisorio del bilancio deve essere “concesso” per legge e per periodi non superiori a quattro mesi. In questo periodo lo Stato può incassare tutte le imposte dovute e può spendere solamente nei limiti dell’ammontare di tanti dodicesimi degli stanziamenti del bilancio in fase di approvazione quanti sono i mesi dell’esercizio provvisorio, ovvero nei limiti della maggiore spesa necessaria, qualora si tratti di spesa obbligatoria e non suscettibile di impegni o di pagamenti frazionabili in dodicesimi.

All’esercizio provvisorio l’Italia è ricorsa per anni senza che vi siano stati effetti negativi. Anzi, si può dire che la spesa, in quei casi, è stata più prudentemente diluita.

Di fronte al bavaglio imposto a deputati e senatori Matteo Salvini, leader della Lega, ha preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale. Ma al di là del giudizio che la Consulta potrà dare della procedura seguita nel dibattito parlamentare è indubbio che stiamo assistendo, come in altri casi di abuso della questione di fiducia, ad una limitazione delle prerogative dei parlamentari e quindi della sovranità che appartiene al popolo “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, come si esprime l’art. 1, cioè innanzitutto nella discussione e nell’approvazione della legge di bilancio.

Alla ricerca di una legge elettorale che valorizzi il ruolo del cittadino

È allo studio dei partiti una nuova legge elettorale, come ad ogni fine di legislatura, alla ricerca di quella che favorisca l’attuale maggioranza. Nessuna preoccupazione per l’elettore al quale ormai da tempo si nega un effettivo diritto di scelta. Eppure a Londra, a distanza di poche ore dal termine degli scrutini, si è formato un nuovo governo sostenuto da parlamentari eletti in collegi uninominali nei quali si instaura un rapporto diretto e forte tra elettore ed eletto. Va avanti da anni questo sistema elettorale che fa del Regno Unito la culla della democrazia, seleziona la classe dirigente e garantisce la governabilità.

L’Unione Monarchica Italiana ritiene che sia necessario restituire lo scettro al popolo attraverso l’adozione di una legge elettorale basata prevalentemente su collegi uninominali, costituzionalizzata e non modificabile secondo gli interessi della maggioranza del momento, perché è nelle urne che si realizza effettivamente quella democrazia rappresentativa nata con lo Statuto Albertino, di fatto negata dalle leggi succedutesi negli ultimi anni che allontanano sempre più i cittadini dai seggi elettorali.

Roma,16.12.2019

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

La moglie di Cesare e la casa di Renzi

di Giuseppe Borgioli

Pompea fu la moglie ripudiata da Cesare in circostanze che sono divenute proverbiali. Fu riferito a Cesare che Pompea approfittando della sua assenza lo aveva tradito. Si dice che lui non abbia aspettato le prove e l’abbia subito allontanata perché – sostenne – che “sulla moglie di Cesare non doveva gravare nemmeno il sospetto”. È un modo per dire che un uomo pubblico deve attenersi ad un comportamento privato cristallino. Anche se non commette reati perseguiti dal codice penale, chi è investito di una carica pubblica non deve essere sfiorato dal sospetto. Come recita persino la costituzione repubblicana, le carche pubbliche vanno esercitate con disciplina e onore. La casa legittimamente acquistata da Matteo Renzi non ha nulla di penalmente rilevante. Qualsiasi cittadino se deve acquistare una casa ed è sprovvisto di liquidità ricorre a un amico. Se poi, come nel caso di Renzi, restituisce il denaro tutta l’operazione ha il crisma della normalità. È pur vero che nel caso di Renzi l’amico benefattore era stato nominato alla cassa depositi e prestiti, ma fra i due episodi non c’è un rapporto di causa -effetto. Faccio uno sforzo e capisco che intorno al nome dell’uomo politico fiorentino, alla sua famiglia e a tutte le faccende che lo riguardano ci sia un interesse morboso della stampa e dell’informazione. La casa di Renzi fa notizia e tutto può servire a far crescere lo sconforto della gente. Questo malcostume giornalistico un tempo si concentrava sulla vita personale dei Membri delle Case Reali. Oggi, si direbbe, è la volta dei politici. La chiamano gogna mediatica e non c’è alcun espediente legislativo che la possa impedire. Ma c’è qualcosa di più. Renzi ha fondato un partito, Italia viva, che nei sondaggi non promette bene, oscilla dal 3 al 5%. Quando, prima o poi, si andrà a votare Italia viva per risultare visibile avrà bisogno di una legge elettorale proporzionale che non penalizzi la frammentazione.  Questo concorso di circostanze avverse rende Renzi particolarmente vulnerabile. Ha un solo colpo in canna: essere determinante per la tenuta in vita del governo Conti bis. Non è una predizione difficile che col nuovo anno, dopo l’approvazione della legge finanziaria, ne vedremo delle belle. Purtroppo il panorama politico repubblicano è affollato di leaders politici attenti al proprio destino elettorale che hanno difficoltà a comportarsi come uomini di stato. Ai nostri uomini politici potrebbe essere di insegnamento quanto à accaduto nel Regno Unito con la Brexit dove un uomo politico. a detta di molti osservatori che lo conoscono e non lo stimano, ha saputo assecondare le aspettative del popolo ed è stato premiato dall’elettorato. Forse aveva ragione Benito Mussolini – mi dispiace riconoscerlo – quando asseriva che la democrazia è un sistema senza Re, dove tutti si credono Re. Qui ha origine l’anarchia intesa come caos, e quindi la tirannide.

  

di Adele Scirrotta*

Sin dall’antica Grecia, l'agricoltura era alla base dell’economia del paese. Circa l'80% della popolazione era impiegato in questa attività. Gli uliveti erano un investimento a lungo termine, ci volevano più di venti anni perché un albero iniziasse a produrre olive, e fruttificava soltanto ad anni alterni. L’uva era un altro importante frutto della terra rocciosa, ma richiedeva molta cura anche se veniva coltivata sin dall' età del bronzo. Di agricoltura si parla nell’Odissea, si sono scritti poemi e poesia, insomma è da sempre la nostra base culturale. Quando fu messa in circolazione e coniata la lira vi erano rappresentati simboli che richiamavano l’agricoltura a testimoniare lo sviluppo e il crescere del nostro Paese, dei nostri territori che negli anni hanno visto crescerne la bellezza grazie sempre all’agricoltura. Persino Il grande Imprenditore Olivetti ne parla, la definiva un continuo esperimento, di modo che chi la coltiva è destinato a rimanere a non abbandonarla ecco anche il segno della Campana. Ecco, sarebbe opportuno creare un mondo umanistico, culturale e farne un tesoro, una valorizzazione della nostra tradizione mediterranea, leggere fra i segni della terra fa di noi alti ricercatori di una cultura che regna da millenni. Ma, ahimè, oggi l’agricoltura è vista come un limone da spremere, gli agricoltori sono visti come portanti da spremere e creare business fra i palazzi. Mi chiedo, dove è finita quella magia, l’Unione, l’indispensabile e il necessario? Oggi siamo considerati costi non deducibili e invisibili. La nostra agricoltura deve essere elemento e fattore primario di una nuova agricoltura ma senza rivoluzione. Ad esempio: costruire collaborazioni con i comuni per utilizzare i terreni abbandonati o incolti per la coltivazione di cibo per la collettività. Costruire partenariato tra gli agricoltori, le Istituzioni e la comunità locale, in cui le responsabilità, i rischi ed i benefici dell'agricoltura sono in comune. I benefici sono goduti da tutti i lati: gli agricoltori, ad esempio, possono ricevere un reddito più stabile e sicuro e più vicino collegamento con la loro comunità, i consumatori possono trarre vantaggio da mangiare cibo fresco sano, sentendosi più legato alla terra dove si coltiva il cibo e l'apprendimento di nuove competenze. Insomma Oggi l'agricoltura non è “cool”. Occorre una sinergia tra tradizione e tecnologia. La sfida? Tutela e promozione dell’inclonabile “italian style”. Oggi a farne le spese è il cosiddetto capitale umano. Dobbiamo vederci in questo comparto aziendale un riscatto sociale, economico e finanziario. Ripristinare i fondi che in questi anni sono venuti a mancare. Si parla della PAC (Politica Agricola Comune) e le misure di sostegno all’occupazione a cui è strettamente legato lo sviluppo rurale. Siano migliorati i servizi che consentano gli imprenditori agricoli e alle imprese di conquistare il mercato con maggiore stabilità, dunque le istituzioni impieghino al meglio le risorse europee per il comparto agricolo-industriale e ambientale. Bisognerebbe avere un continuo confronto con gli organi competenti, affinché si possa rappresentare al meglio politicamente ma soprattutto efficacemente il comparto agricolo che è collante e motrice dello sviluppo passato e futuro del nostro territorio.  In conclusione l’agricoltura deve esser considerata un’impresa proiettata nel futuro, nel lungo termine e con redditi certi derivanti anche e soprattutto dal ricevimento del giusto prezzo dei prodotti e del lavoro di chi vive la terra. Ci vorrebbe a tutela un vero e proprio Decreto che salvaguardi ciò, un DECRETO AGRICOLA ITALIAE.                                          

* imprenditrice agricola