È morta una grande Regina. Elisabetta II non è stata, come con estrema superficialità hanno spesso scritto giornalisti e scrittori, una Regina dal ruolo formale. Essa ha rappresentato con grande autorevolezza l’identità del suo popolo ed ha incarnato quel sistema costituzionale inglese che, escludendo dall’appetito dei partiti il ruolo del Capo dello Stato ne fa veramente l’arbitro imparziale del confronto politico. Ed è proprio osservando i rapporti fra Sovrano, Parlamento e Primo Ministro che il barone di Montesquieu ha delineato la teoria della separazione dei poteri nel suo famoso libro “Lo spirito delle leggi”.

La Regina è stata l’incarnazione della Nazione e l’Unione Monarchica Italiana, che da sempre predilige lo Stato parlamentare rappresentativo, china le proprie bandiere dinanzi al feretro di una Sovrana che ha dato al mondo il senso del ruolo veramente neutrale del Capo dello Stato.

Roma, 8/09/2022

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

L'istituto intitolato a Amedeo di Savoia, proposta per cambiare il nome. Il pronipote: "Scelta legittima, ma non denigratelo: fu un eroe"

(tratto da: Pistoia, battaglia sul nome del liceo Duca d'Aosta. Aimone di Savoia scrive alla scuola - Cronaca (lanazione.it)

 

Pistoia, 22 giugno 2022 - "Leggo su La Nazione di Pistoia di alcuni giorni fa l’articolo che si riferisce al possibile cambio di nome del Liceo Amedeo di Savoia Duca d'Aosta, mio prozio, nome scelto nel 1942, anno della sua morte in prigionia. Cambiare il nome di una scuola sono una scelta e un diritto assolutamente democratici. Non è infatti sulla scelta in sé, ma sulle motivazioni addotte che la dovrebbero giustificare e sostenere, che vorrei chiedere la Vostra attenzione". Comincia così la lettera che Aimone di Savoia ha scritto al preside della scuola pistoiese, Paolo Biagioli e al sindaco Alessandro Tomasi. La lettera prosegue: "Leggo sull’articolo: 'Le motivazioni del docente che ha lanciato la proposta riguarderebbero i valori che ispira una figura come quella di Amedeo di Savoia Duca d’Aosta, ossia quelli della monarchia e la collusione con il regime fascista'. La storia di Amedeo di Savoia, fratello di mio nonno, come quella della Monarchia e dell'Italia tutta, passa indubbiamente per il periodo fascista, ma ciò non scalfisce minimamente la ineccepibile e gloriosa storia della sua persona. Morì per la sua patria in Africa, in un campo di prigionia Inglese. Fu infatti costretto ad arrendersi dopo giorni di strenua difesa, per la mancanza di munizioni e soprattutto per poter salvare la vita ai moltissimi feriti che non potevano più essere curati. Al momento della resa, il comando Inglese decise di rendergli gli onori delle armi, per l’eroico comportamento suo e dei soldati che comandava. L’onore delle armi è un atto eccezionale che non ricordo sia mai più stato concesso. Gli Inglesi, nemici acerrimi dell’Italia fascista, gli riconobbero quel valore che chi sostiene questa proposta gli vuole cancellare! Siete ovviamente liberi nelle Vostre scelte, ma Vi chiedo di non denigrare un eroe che aveva ben chiaro quale sia il valore dell'amor di Patria, e del senso del dovere al quale ha sacrificato la propria vita con orgoglio e fierezza. Un uomo valoroso, un esempio per tutti coloro che conoscono e rispettano la storia".

Resti intestato ad Amedeo Duca d’Aosta il liceo scientifico di Pistoia

Per alcuni docenti del Liceo Scientifico “Amedeo di Savoia Duca d’Aosta” di Pistoia i grandi della Patria non vanno più di moda. E propongono, contro il parere di studenti e di ambienti culturali locali, di cambiare il nome all’Istituto che ricorda l’eroico difensore dell’Amba Alagi, al quale anche i vincitori vollero rendere l’onore delle armi, una personalità – sottolinea l’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) - che, in un momento difficile della storia d’Italia, ha voluto essere soprattutto un italiano ed un soldato.

I monarchici italiani denunciano questa irrazionale deriva politica che vorrebbe riscrivere la storia per impedire alle giovani generazioni di guardare al futuro con l’orgoglio del passato, di una identità nazionale nella quale trovano spazio personalità che, come Amedeo d’Aosta, hanno dimostrato altissimo senso del dovere. Di questo passo – segnalano i monarchici - rischia di essere occultato perfino il ricordo di Giuseppe Mazzini, costituito da piazze, viali, ponti e monumenti, con la scusa che furono inaugurati esclusivamente durante il Regno d’Italia.

Roma,21.06.2022

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

(Giuseppe Garibaldi, il patriota, il combattente coraggioso e leale | Un sogno Italiano)

di Gianni Torre

Giuseppe Garibaldi, “un personaggio che più di ogni altro rappresenta, nella nostra storia nazionale, il coraggio fisico e lo spirito avventuroso”, capace di incarnare “tuttora quegli ideali di patriottismo che hanno agitato la felice stagione del Risorgimento e portato all’unità d’Italia”. Così Alessandro Sacchi, curatore della Collana “L’Italia in eredità” presenta, “Garibaldi” (AA. VV., a cura di Edoardo Pezzoni Mauri e Salvatore Sfrecola, Historica, Roma, 2022, pp. 154, € 16.00). La Collana, che aveva iniziato il suo percorso nella storia d’Italia con un volume su Vittorio Emanuele II e proseguito con Camillo Benso di Cavour, ricorda ora Garibaldi a 140 anni dalla morte con questo libro che sarà presentato ufficialmente a Torino il 4 giugno, alle ore 18,00, al Museo del Risorgimento, Palazzo Carignano, sede della Camera del Parlamento del Regno di Sardegna.

Il Generale, il Comandante della Camicie rosse, il combattente per la libertà e l’indipendenza dei popoli ovunque fosse compressa o minacciata e, pertanto, l’“eroe dei due mondi”, per aver combattuto con lo stesso impegno in America del Sud e in Europa, lo abbiamo conosciuto fin dalle elementari. E non c’è voluta particolare abilità dell’insegnante per farci amare questo personaggio che aveva uno straordinario desiderio di servire la Patria ed era tornato dall’America per “servire l’Italia, e combattere i nemici di lei, comunque fossero i colori politici, che guidassero i nostri alla guerra d’emancipazione”.

Alessandro Sacchi segnala una caratteristica di Garibaldi, “la assoluta volontà di adempiere a quello che, per la sua coscienza, rappresenta un dovere. A tutti i costi”. E sottolinea come “tutti i suoi atti soggiacquero al suo sentirsi “soldato”, quindi disciplinato e obbediente, pure se solo alla sua coscienza. Anche dopo il trionfo tribulatogli dalla città di Napoli al suo ingresso nella capitale borbonica, non dimenticò il suo ruolo e rifiutò le generose offerte fattegli poi del Re sabaudo nel momento in cui lo congedava”. Ed aggiunge “ho provato, qualche anno fa, una grande emozione nel visitare, a Caprera, la casa dove l’eroe trascorreva le sue giornate libere da imprese militari e ho verificato la modestia e la semplicità di un gigante della Storia, che preferiva l’umiltà di una casa da pescatore o contadino piuttosto che un palazzo, al quale ben avrebbe potuto aspirare”.

Nella prefazione, Giulio Terzi di Sant’Agata, Ambasciatore, già Ministro degli affari esteri, delinea la figura di Giuseppe Garibaldi e la sua straordinaria “attualità… per il valore assoluto che la libertà riveste per l’Occidente… Combattente per la causa della libertà dei popoli oppressi, patriota umano e generoso, condottiero determinato a superare qualsiasi avversità, affascinato dalla conoscenza di grandi spazi, di terre e mari lontani, Garibaldi impersona tanto nella sua epoca, così come oggi, il mito americano e il divenire di una Democrazia così ricca di valori umani”.

Il primo capitolo è dedicato ad un’intervista che Francesco Garibaldi Hibbert, Presidente della Fondazione Garibaldi, figlio di Anita, pronipote dell’eroe, ha concesso ad Edoardo Pezzoni Mauri. E ne sottolinea il ruolo storico. Garibaldi “incarna la lotta dei popoli oppressi che, nell’Ottocento, scossero l’ordine europeo risultante dal Congresso di Vienna. All’apice della sua popolarità era una forza in movimento, capace di guidare l’opinione pubblica e mobilitare eserciti di volontari in nome di una giusta causa”.

Francesco Perfetti, ha scritto del “Mito” di Garibaldi. Ordinario di Storia contemporanea all’Università LUISS, già capo del Servizio storico, archivi e documentazioni del Ministero degli affari esteri e già Presidente della Fondazione “Il vittoriale degli italiani”, Perfetti ricorda come quando, nel giugno del 1848, Garibaldi tornò in Italia “il suo nome era circondato già da molto tempo dalla aureola del mito. Questo circolava sulla stampa periodica che è già allora, nell’Europa dei primi decenni del secolo XIX aveva cominciato ad acquisire importanza, peso e diffusione notevoli. Gli echi della guerra che si stava combattendo nelle regioni dell’America Latina erano molto forti. Quegli avvenimenti infatti, pur lontani, offrivano una ghiotta opportunità per corrispondenze, più o meno veritiere, ma cariche di pathos e di senso dell’avventura, e per disegni, incisioni, litografie che rappresentavano territori lontani (esotici per gli europei), fortificazioni e soldati in divise sgargianti. I giornali delle grandi metropoli europee come Parigi, Londra, Amburgo e Lisbona parlavano spesso di Garibaldi nel bene e nel male, riecheggiando le immagini che ne erano state diffuse dalla propaganda politica Argentina e dalla stampa nord americana”. Il mito, insomma, era già nato.

Del “Condottiero” si è occupato Nicola Neri, Professore di Storia delle relazioni internazionali e Storia della guerra e delle istituzioni militari all’università degli studi di Bari. “Le sue doti di capo militare – scrive – cominciarono a emergere nei combattimenti che lo videro schierato dalla parte della giovane Repubblica del Rio Grande do Sul contro l’Impero brasiliano. Quindi la sua cultura militare sulle operazioni terrestri, in particolare quelle della guerriglia, cominciò a essere da lui appresa nei conflitti sudamericani”. Anche in Italia si fece presto notare nelle battaglie della prima e della seconda guerra di indipendenza e poi nell’impresa dei Mille.

Neri ricorda come l’influenza di Garibaldi sulla cultura militare italiana è stata enorme e agisce ancora ai nostri giorni.

Michele Pivetti Gagliardi, avvocato e docente universitario, siciliano, ha scritto dell’esperienza “dittatoriale” di Garibaldi insomma l’“uomo solo al comando”, al quale ricorreva Roma nei momenti di grande difficoltà ma che successivamente ha dato luogo, come sappiamo dalla storia, a personaggi non sempre meritevoli. Diversamente, Garibaldi, espressione necessaria di un potere che non poteva che essere concentrato in lui durante la campagna per l’annessione al Regno d’Italia dei territori meridionali, e soprattutto – sottolinea Pivetti Gagliardi – dichiarandosi “Dittatore di Sicilia” il Generale “riconosceva implicitamente quella specificità che i siciliani hanno sempre reclamato, ossia un’indipendenza dal continente che sapeva tanto di libertà”.

Salvatore Sfrecola, giurista, affronta i rapporti tra il Re Vittorio Emanuele e il Generale, molto importanti in quel contesto nel quale personalità di diversa estrazione culturale, politica e sociale, provenienti da ogni parte d’Italia, ma desiderosi di farne finalmente uno stato unico, si sono alleati rinunciando alle proprie idee politiche, come Garibaldi, appunto, che, repubblicano, non ha esitato a percorrere tutto il Risorgimento, dal 1848 al 1866 combattendo sotto le insegne del Re di Casa Savoia. Che lo giudicava  “baldanzoso, franco, militaresco” con “un forte senso di lealtà e non la sottile finezza e gli scopi indiretti dei politici”. S’incontrano per la prima volta il 2 marzo 1859, e tra i due si stabilisce immediatamente una simpatia umana che resterà intatta negli anni, anche quando il loro rapporto sarà messo alla prova dalle vicende della politica che non sempre poteva condividere le iniziative del Generale, spesso ritenute azzardate e tali da ostacolare il difficile lavorio diplomatico che aveva di mira l’unificazione nazionale, anche quando si doveva far finta che non fosse all’ordine del giorno del Regno di Sardegna.

Massimo Bianchi, Gran Maestro onorario del Grande Oriente d’Italia, scrive di “Garibaldi e la Massoneria” ricorda che l’adesione di Garibaldi alla Massoneria che non fu una scelta “né episodica né superficiale”. Rimase “sempre fedele” ai valori della Massoneria di “libertà, uguaglianza e fraternità anche se non interessato alla struttura istituzionale”. Ostile alla Chiesa cattolica, eppure “sempre credente” – scrive Bianchi – Garibaldi “ispirò quella generazione di fratelli fortemente anticlericali, tipica della massoneria postunitaria, in risposta agli intrighi vaticani portati avanti sino alla Prima Guerra Mondiale alle spalle e contro lo stato unitario”.

Adriano Monti Buzzetti Colella, giornalista RAI ha scritto “Garibaldi un “marchio” dalle mille vite: l’Eroe dei Due Mondi e la sua innata capacità di inventare mode”

Michele Ferraro e Luca Piovano, giornalisti, hanno scritto de “Gli “altri” Garibaldi”, personaggi vari, dal nonno, Angelo, che nel 1778 si era trasferito da Chiavari a Nizza che in quegli annoi si sviluppava in contemporanea al declino del porto di Genova al fratello minore dell’eroe, Felice, che nel 1835 si trasferisca a Bari per occuparsi della compravendita di olii, più tardi sospettato di essere una sorta di “agente” del fratello Giuseppe ai danni del Regno dei Borbone. Gli “altri” Garibaldi sono dovuti alla diffusione del cognome nel Levante ligure.

Chiude la postfazione del Prof. Domenico Fisichella, Professore ordinario di Scienza della politica, già vice Presidente del Senato, Ministro per i beni e le attività culturali, colui al quale si deve l’efficace e felice espressione il “Miracolo del Risorgimento”. “A Garibaldi – scrive – non è mancato il senso del pragmatismo, non hanno fatto difetto il calcolo dei mezzi e l’analisi delle condizioni, la consapevolezza di un traguardo difficile da raggiungere, se non in una sintesi che solo uno Stato, pur di minore consistenza, era in grado di delineare e articolare nel tempo e nello spazio. Uno Stato che aveva la sua capitale a Torino”.