La costituzione più bella del mondo

di Giuseppe Borgioli       

Gianfranco Miglio, studioso delle istituzioni e di conseguenza delle costituzioni, insinuava il sospetto che i costituzionalisti, soprattutto italiani, fossero conservatori per deformazione professionale.

Chi è indotto a ragionare sulla costituzione così com’è finisce per considerare l’ordine presente come eterno e a escludere ogni mutamento di sipario, a pensare la costituzione vigente alla stregua del patrimonio delle belle arti da tutelare sempre e comunque.

La costituzione della repubblica italiana è diventata una sorta di alibi per spegnere sul nascere ogni discussione critica.

Sulla costituzione repubblicana c’è il vincolo delle belle arti, punto e basta. Anch’io ho il sospetto di Miglio e tendo a credere che grazie a questa nuova religione repubblicana si orientano le carriere universitarie, si accade alle pubblicazioni di una editoria sempre più conformista, si nasconde dietro a un liberalismo di facciata un dogmatismo di sostanza.

Un po’ per volta è stata accreditata la favola che la costituzione repubblicana sarebbe la più bella del mondo, sarebbe un autentico capolavoro giuridico, sarebbe persino un gioiello letterario.

A parte il fatto che si dimentica il tributo verso lo Statuto Albertino, ma evidentemente ci si accontenta della lista mozartiana dei diritti sanciti e disattesi.

La repubblica fondata sul lavoro è diventata la repubblica fondata sul reddito di cittadinanza. Quando è entrata in vigore questo portento di letteratura giuridica? Il primo gennaio del 1948? La verità storica è un’altra e i nostri farisei repubblicani cercano di rimuovere-

La costituzione repubblicana ha avuto una sua vita autonoma il 18 aprile del 1948 quando la sconfitta del fronte popolare ha sancito la sua interpretazione liberale e anticomunista.

Se avesse vinto il fronte popolare i social comunisti avrebbero potuto instaurare la repubblica dei soviet senza toccare la costituzione.

È evidente che la “costituzione più bella del mondo” è il risultato del compromesso fra i partiti presenti nella costituente. L’accento dei democratici cristiani si sente nella proclamazione dei diritti, i comunisti si sono riservati opportunamente il settore del lavoro.

Oggi la “costituzione più bella del mondo” è travolta dai nuovi rapporti economici e rischia di far la fine di un cadavere buono solo per vincere i concorsi universitari.

 

Il sacrificio del Vice Brigadiere Mario Cerciello Rega ci rende sempre più grati all’Arma dei Carabinieri per l’alto spirito di abnegazione posto al servizio della tutela di ogni cittadino.

Mi inchino grato al Suo alto sacrificio e sono vicino alla Famiglia e all’Arma.

Castiglion Fibocchi, 27.07.2019

Amedeo di Savoia

Mani Pulite, pars destruens e pars costruens

di Giuseppe Borgioli

Francesco Saverio Borrelli già procuratore capo a Milano  e come tale la mente di “mani pulite”, l’inchiesta che spazzò via la prima repubblica e il suo personale politico, fu un magistrato che ha lasciato un’orma nella vita politica italiana.Uomo culturalmente controverso veniva da una dinastia di magistrati che affondava le origini all’epoca dei Borboni.Il padre Manlio giudice, presidente di corte di appello. Era stato ufficiale di cavalleria non esente da simpatie monarchiche.Francesco Saverio Borrelli aveva i tratti e i tic del gentiluomo napoletano, diverso per carattere e formazione dai Di Pietro che  occupavano la ribalta. Certo in lui la declinazione del diritto e della giustizia  lo rendeva più sensibile alla tesi della sinistra. Ma in primo piano restava il diritto e l’indipendenza del magistrato si  riconosceva in un dialogo serrato con la propria coscienza professionale.Io Francesco Saverio Borrelli per quel poco che ho conosciuto, lo ricordo cosi’.La valutazione della pagina di “nani pulite”, ora che appartiene al passato, merita anch’essa un’osservazione. L’azione della magistratura milanese che poi si è diffusa quasi come un virus nel resto dell’Italia, ahimè senza lo stile di Francesco Saverio Borrelli, è stata efficace. Ha colpito partiti e gruppi di pressione. Ha portato alla luce del sole i rapporti che legavano apparati pubblici a interessi economici ben localizzati.La pars destruens ha funzionato. Ma le istituzioni sono rimaste inamovibili. E’ mancata la pars costruens. In molti si aspettavano che  l’Italia avrebbe voltato pagina.Sono cambiati i sistemi elettorali, sono cambiate le facce degli eletti, sono cambiate le sigle. Le regole del gioco, le istituzioni, non sono cambiate.Come si poteva pensare che un bagno di moralismo avrebbe spazzato via il malaffare? Bisognava allora prendere il coraggio di affrontare il discorso sulle istituzioni. Troppo facile fermarsi alla pars destruens, ai fuochi di artificio degli arresti eccellenti, ai processi mediatici.Più difficile accedere alla pars costruens di una assemblea costituente come chiedeva, ad esempio, Sergio Romano.Si dirò che non era compito della magistratura. E’ vero, le cose sono andate per la strada che abbiamo conosciuto.Ora non resta che seppellire i morti in attesa degli eventi che nessuno è in grado di prevedere.

   

  

GIORGIO AMBROSOLI, l’eroe che non sapeva di esserlo

di Giuseppe Borgioli

Ricorre il quarantesimo anniversario dell’uccisione di Giorgio Ambrosoli, avvenuta per mano di un sicario nel quadro dell’affair Sindona. Giorgio Ambrosoli era l’avvocato milanese incaricato di fare il liquidatore della Banca Privata. In questi giorni è stato ricordato un po’ da tutti come un professionista integerrimo che ha pagato con la vita la sua onestà e rigore professionale. Su di lui si attaglia bene la qualifica di eroe, eroe in tempo di pace.

Desideriamo ricordare, non per mettere il nostro berretto su questo personaggio, che accomuna tutta l’Italia nella ammirazione e nella gratitudine, che si era formato nel Fronte Monarchico Giovanile di Milano, in un ambiente di monarchici tutti d’un pezzo.

Valga la pena ricordare anche colui che fu l’anima dell’UMI milanese, Tino Bruschi.

I pellegrinaggi che compivano ogni anno i pellegrinaggi in silenzio con la sola forza della devozione a Bouleau sur mer da Re Umberto accoglieva quei messaggeri dell’amata Italia non era solo un piccolo episodio politico comprensibilmente ignorato da giornali e televisioni.

Era un pezzo d’Italia che si muoveva, che voleva ricordare per guardare al futuro.Nessuno di loro era mosso da calcoli di potere.Erano totalmente avulsi dalla “grande” politica che occupava le cronache. Erano veramente l’espressione di un’altra Italia che non aveva mai accettato l’ingiustizia del referendum ma aveva capito e obbedito a Re Umberto per patriottismo. Quello vero di cui si legge sui libri di storia.

Non ho conosciuto Giorgio Ambrosoli, pur avendo partecipato a quei pellegrinaggi.Non so se fosse borghese, nobile o proletario. So che apparteneva a quell’Italia che preferiva parlare di Patria anziché di paese.

Se si crede veramente nella patria come nella casa comune, l’estensione della famiglia, sfugge la differenza fra destra e sinistra, non si ragiona e non si agisce in base agli schieramenti politici. Il nuovo catechismo repubblicano ci ha insegnato che per essere buoni, onesti, meritevoli di stima bisogna essere di sinistra.

Nella mia Toscana corre un detto che suona un po’ irriverente: “fatti un nome piscia a letto e tutti diranno che hai sudato”.

E allora di fronte a Giorgio Ambrosoli si resta stupiti, meglio scandalizzati, si cerano delle attenuanti. Era un borghese come era borghese a suo modo il celebrato “salvatore della lira”.

No, non bisogna stare al gioco della doppia verità che accompagna il realismo e il compromesso.

Compiere il proprio dovere o cercare di farlo.

Sempre.

In Sardegna la strada statale 131 deve rimanere intestata al Re Carlo Felice

Sappiamo tutti che un popolo che rinnega la propria storia non ha futuro. Forse non lo sa l’Assessore ai lavori pubblici della Regione Sardegna, Quirico Sanna, che, appena insediato, propone di cambiare il nome alla statale 131, la strada che collega Sassari con Cagliari, ed è dedicata al Re di Sardegna Carlo Felice. Propone di dedicarla ad Eleonora d’Arborea, prestigiosa personalità del XIV secolo della quale i sardi sono giustamente orgogliosi per la saggezza e la determinazione con la quale seppe garantire la difesa della sovranità e dei confini territoriali del Giudicato di Arborea, attuando anche una sapiente opera di riordino e di sistemazione degli ordinamenti e degli istituti del diritto locale.

Avrà altre occasioni l’assessore per onorare Eleonora, anziché cambiare il nome alla 131 che ricorda l’opera dei sovrani di Casa Savoia, che portarono l’isola nel contesto nazionale e poi in Europa e nel mondo, mentre l’Inno Sardo accompagnava la storia della Monarchia costituzionale.

I monarchici italiani ritengono che la proposta dell’Assessore Sanna sia espressione di uno spirito isolazionista che non fa bene alla Sardegna ed ai sardi, gente generosa ed orgogliosa della propria storia, che certamente non intendono cancellare ma semmai ampliare ricordando altre personalità, come Eleonora d’Arborea, appunto.

Roma, 03.07.2019

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

IL DITTATORE

di Giuseppe Borgioli

La figura del dittatore nasce storicamente in un humus repubblicano, allo stesso Mussolini la convivenza con la Monarchia andava un po’ stretta. In questi giorni è uscito per la penna di Gian Paolo Panza un libro dedicato a Matteo Salvini che si intitola “Il Dittatore”. Dato l’argomento il libro avrà successo.

Ma Salvini è un potenziale dittatore? Che abbia il carattere autoritario forse è vero, che sia circondato da yes men è altrettanto vero. Cha la stampa e le televisioni non perdano occasione metterlo al centro della pubblica attenzione non ci piove. Ma tutto questo è sufficiente per dipingerlo come dittatore? Prende decisioni senza cedere alla tattica del rinvio tanto abusata in passato, colloquia direttamente con il suo popolo. Embè? dicono a Roma.

Ce ne vuole per fare un dittatore. Al decano dei giornalisti italiani che è anche un fine uomo di cultura ed una mente libera suggerirei di riprendere in mano un classico scritto da uno scrittore e giornalista che gli rassomiglia: “Tecnica del colpo di stato” di Curzio Malaparte. La troverà alcuni elementi fondamentali se è cultore della materia.  Per fare un dittatore ci vuole intanto la materia prima che di questi tempi non è facile da trovarsi sul mercato. Troppi talk show, troppe prime donne, nascono tutti già “imparati”. In giro ci sono soltanto polli d’allevamento, i polli ruspanti non si trovano più. Il dittatore non si forma a scuola. Lo forgia la lotta politica, la forza degli eventi, la congiura delle circostanze.

Mussolini da questo punto di vista è un classico che va studiato prima che combattuto o celebrato.

Il consenso? Non serve, almeno in un primo tempo. Il consenso verrà con il consolidamento del regime, come diceva Flaiano.

Ciò che è assolutamente indispensabile è l’emergenza. Ci i vuole l’emergenza per sospendere le regole della libertà e far accettare ai cittadini il coprifuoco.

L’emergenza economica e finanziaria sarebbe un buon fattore di incubazione del dittatore, la mano militare, l ‘occupazione degli edifici pubblici, i proclami letti alla televisione…sono roba d’altri tempi. Ora c’è twitter.

Il nuovo dittatore, quello vero dietro la porta, potrebbe essere un banchiere con una esperienza internazionale, accolto come un liberatore con un sospiro di sollievo dei mercati.

Questo è il mio identikit. Altro che…Salvini!

Ai posteri, l’ardua sentenza.