In Sardegna la strada statale 131 deve rimanere intestata al Re Carlo Felice

Sappiamo tutti che un popolo che rinnega la propria storia non ha futuro. Forse non lo sa l’Assessore ai lavori pubblici della Regione Sardegna, Quirico Sanna, che, appena insediato, propone di cambiare il nome alla statale 131, la strada che collega Sassari con Cagliari, ed è dedicata al Re di Sardegna Carlo Felice. Propone di dedicarla ad Eleonora d’Arborea, prestigiosa personalità del XIV secolo della quale i sardi sono giustamente orgogliosi per la saggezza e la determinazione con la quale seppe garantire la difesa della sovranità e dei confini territoriali del Giudicato di Arborea, attuando anche una sapiente opera di riordino e di sistemazione degli ordinamenti e degli istituti del diritto locale.

Avrà altre occasioni l’assessore per onorare Eleonora, anziché cambiare il nome alla 131 che ricorda l’opera dei sovrani di Casa Savoia, che portarono l’isola nel contesto nazionale e poi in Europa e nel mondo, mentre l’Inno Sardo accompagnava la storia della Monarchia costituzionale.

I monarchici italiani ritengono che la proposta dell’Assessore Sanna sia espressione di uno spirito isolazionista che non fa bene alla Sardegna ed ai sardi, gente generosa ed orgogliosa della propria storia, che certamente non intendono cancellare ma semmai ampliare ricordando altre personalità, come Eleonora d’Arborea, appunto.

Roma, 03.07.2019

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

IL DITTATORE

di Giuseppe Borgioli

La figura del dittatore nasce storicamente in un humus repubblicano, allo stesso Mussolini la convivenza con la Monarchia andava un po’ stretta. In questi giorni è uscito per la penna di Gian Paolo Panza un libro dedicato a Matteo Salvini che si intitola “Il Dittatore”. Dato l’argomento il libro avrà successo.

Ma Salvini è un potenziale dittatore? Che abbia il carattere autoritario forse è vero, che sia circondato da yes men è altrettanto vero. Cha la stampa e le televisioni non perdano occasione metterlo al centro della pubblica attenzione non ci piove. Ma tutto questo è sufficiente per dipingerlo come dittatore? Prende decisioni senza cedere alla tattica del rinvio tanto abusata in passato, colloquia direttamente con il suo popolo. Embè? dicono a Roma.

Ce ne vuole per fare un dittatore. Al decano dei giornalisti italiani che è anche un fine uomo di cultura ed una mente libera suggerirei di riprendere in mano un classico scritto da uno scrittore e giornalista che gli rassomiglia: “Tecnica del colpo di stato” di Curzio Malaparte. La troverà alcuni elementi fondamentali se è cultore della materia.  Per fare un dittatore ci vuole intanto la materia prima che di questi tempi non è facile da trovarsi sul mercato. Troppi talk show, troppe prime donne, nascono tutti già “imparati”. In giro ci sono soltanto polli d’allevamento, i polli ruspanti non si trovano più. Il dittatore non si forma a scuola. Lo forgia la lotta politica, la forza degli eventi, la congiura delle circostanze.

Mussolini da questo punto di vista è un classico che va studiato prima che combattuto o celebrato.

Il consenso? Non serve, almeno in un primo tempo. Il consenso verrà con il consolidamento del regime, come diceva Flaiano.

Ciò che è assolutamente indispensabile è l’emergenza. Ci i vuole l’emergenza per sospendere le regole della libertà e far accettare ai cittadini il coprifuoco.

L’emergenza economica e finanziaria sarebbe un buon fattore di incubazione del dittatore, la mano militare, l ‘occupazione degli edifici pubblici, i proclami letti alla televisione…sono roba d’altri tempi. Ora c’è twitter.

Il nuovo dittatore, quello vero dietro la porta, potrebbe essere un banchiere con una esperienza internazionale, accolto come un liberatore con un sospiro di sollievo dei mercati.

Questo è il mio identikit. Altro che…Salvini!

Ai posteri, l’ardua sentenza.

Quis custodet ipsos custodtes?

di Giuseppe Borgioli

La crisi che attanaglia la magistrature, in particolare il Consiglio Superiore il cosiddetto organo di autogoverno, non è una crisi come tante nella repubblica ma la crisi della repubblica. Non era mai accaduto che magistrati insieme a politici complottassero (discutessero) per decidere le carriere nelle procure e negli uffici giudiziari.

Lasciamo perdere i dettagli inquietanti dei luoghi e degli orari di queste riunioni di lavoro che di fatto espropriavano gli organi costituzionali delle loro prerogative.

Rimane il fatto gravissimo che inquieta più della crisi economica e finanziaria perché dalla crisi si può uscire con il lavoro e l‘impegno di tutti. Ma se manca il senso dello stato, specialmente nelle classi dirigenti, vuol dire ci attendono tempi bui.

La memoria mi riporta indietro a un magistrato toscano (non fu l’unico) che dopo l’esito contestato del referendum si dimise dal suo ruolo; scrisse semplicemente che avendo servito il Re come procuratore non intendeva servire la repubblica allo stesso titolo.

Re Umberto lo redarguì ricordandogli che Lui aveva sciolto tutti dal giuramento di fedeltà e che aveva chiesto a magistrati e militari di servire la repubblica con la stessa lealtà con cui aveva no servito la monarchia. Inoltre, sotto il Re o in repubblica si serve la giustizia. Non è la stessa cosa.

Questi erano gli uomini di allora che servivano le istituzioni di allora.; Sarebbe sbagliato derubricare l’accaduto come una storia banale di potere, di meschino carrierismo imputabile a qualche mela marcia.

Il vero problema è il nodo dell’autogoverno. Come può un corpo autonomo a cui deleghiamo le decisioni sulla nostra libertà e sui nostri interessi gestirsi senza la forza simbolica di un Re super partes. Il rischio è che cada ostaggio dei partiti.  Abbiamo già le avvisaglie di questa sudditanza nell’azione delle correnti del consiglio superiore che richiamano i   partiti. Un sistema costituzionale non sta in piedi senza simboli che siano al fi sopra del mero esercizio del potere.

Altrimenti i corpi autonomi diventano estranei e danno vita a conflitti che minano l’unità dello stato e in questo caso l’idea e la pratica di giustizia.

Per la cronaca che l’episodio riguarda (casualmente?) il Partito Democratico che aveva dei suoi uomini nelle riunioni clandestine. Uno di questo Luca Lotti (che è indagato i dalla stessa procura di Roma) nelle intercettazioni vantava liason personali con il Quirinale. La smentita à stata timida, quasi burocratica e il neo segretario del PD Zingaretti è stato altrettanto timido nel condannare  o meglio nel commentare il comportamento dei suoi uomini coinvolti da protagonisti in questa vicenda.

I monarchici italiani per l’indipendenza della Magistratura nel ricordo dello Statuto Albertino

Da giorni l’opinione pubblica è scossa dalle notizie che coinvolgono esponenti del Consiglio Superiore della Magistratura che, al di là dei reati ipotizzati dalla Procura di Perugia, dicono di gravissime commistioni tra esponenti di partiti politici che hanno avuto responsabilità di governo ed alcuni rappresentanti dell’Associazione Nazionale Magistrati, al fine di scegliere i titolari di importanti uffici giudiziari, in evidente contrasto con il principio di autonomia e indipendenza dell’Ordine giudiziario.

I monarchici italiani ricordano che lo Statuto del Regno, la Carta fondamentale delle libertà civili del popolo italiano, stabiliva l’inamovibilità dei giudici (art. 69), affermava che nessuno “può essere distolto dei suoi Giudici naturali” (art. 71), rimetteva al potere legislativo l’interpretazione delle leggi “in modo per tutti obbligatorio” (art. 73), nel pieno rispetto della divisione dei poteri, regola fondamentale delle democrazie liberali.

Le vicende che hanno coinvolto alcuni esponenti del C.S.M. dimostrano, invece, un degrado gravissimo dell’etica pubblica in alcuni che dovrebbero essere gelosi custodi della loro indipendenza e servire lo Stato “con disciplina ed onore”.

L’Unione Monarchica Italiana chiama, dunque, gli italiani ad un impegno di rinnovamento delle istituzioni e del costume nella tradizione dello Stato liberale e nel ricordo di quanti nelle istituzioni dimostrarono virtù civiche straordinarie, servitori dello Stato, onesti e capaci, dei quali i giovani di oggi devono essere orgogliosi.

Roma,08.06.2019

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

Dov’è lo stato?  Chi l’ha visto?

di Giuseppe Borgioli

La festa della repubblica è stata rovinata- Ma non c’è stato nessun sabotatore. E allora chi ha rovinato la festa? La repubblica muore di eutanasia di morte dolce quasi desiderata. Il nemico della repubblica è dentro la repubblica stessa. E’ una sorta di cancro che corrode le istituzioni. Le celebrazioni restano puntuali ma vuote, prive di reale significato. Sopravvive solo il cerimoniale che è quello mutuato dalla tradizione pre repubblicana. Il Quirinale è là. Pure i corazzieri sono sempre educati all’antica disciplina, sembrano fuori del tempo, testimoni di una assenza, quella del Re. Gli attuali inquilini del Quirinale fanno del loro meglio per rispettare le regole dell’ospitalità. Resta la festa, la liturgia senza la fede. Come in un vecchio e glorioso palazzo, le pareti si sgretolano. 73 anni sono troppi senza il vero padrone di casa. Quest’anno a turbare la festa sono arrivati i quattro ultimi ex capi di stato maggiore che hanno rifiutato di partecipare alla sfilata delle forze armate nel giorno della loro festa   con motivazioni serie molto serie. Le forze armate sono un fiore dall’occhiello di tutta la nazione per il loro grado di efficienza e di senso del dovere e riscuotono il rispetto e l’ammirazione internazionale decretata in tutti i teatri in cui sono impegnate, E’ questione di risorse sino a un certo punto perché l’esercito più efficiente del mondo ha bisogno di sentirsi riconosciuto in patria, Per innamorarsi si deve credere nell’amore. Armare un esercito comporta attrezzarlo sotto il profilo dei sentimenti e della considerazione del ruolo. Quasi contemporaneamente, mentre stiamo scrivendo, è scoppiato il caso della Procura di Roma, centro nevralgico di tante inchieste. Un tempo di diceva il porto delle nebbie. Vogliamo tornare a quello stile? Auguriamoci che al capo della procura di Roma Pignatone succeda persona degna di lui. Intanto è scoppiata nella magistratura una guerra per correnti, sarebbe più appropriato per bande. Quanto dolore provoca tutto questo in chi crede nella funzione sacrale magistratura. Quando il fascismo impose il giuramento di fedeltà, alcuni magistrati si rifiutarono e persero il posto. Fra questi c’era quel Giuseppe Pagano che ritroviamo nel 1946 a presidente della Cassazione e in quella sede si rifiutò fi proclamare la repubblica se non dopo aver esaminato i ricorsi sui brogli. Dove è finito lo stato? Qualcuno ne ha notizia?  Bisogna dedicare una puntata speciale della bella trasmissione televisiva “chi l’ha visto” per lanciare un disperato appello.

 

Giuseppe Favoino è stato nominato Commissario Provinciale di Roma.

La sede nazionale osserverà il seguente orario di apertura: lunedì, mercoledì e venerdì dalle 16.00 alle 19.00

Al nuovo dirigente gli auguri di tutti gli iscritti.