di Aldo A. Mola

Con chi confina l'Italia oggi? Dovrebbe dirlo il ministro degli Esteri uscente, Angelino Alfano, che però da qui alle elezioni o addirittura al nuovo governo sarà tamquam non esset, come non esistesse (farebbe meglio a dimettersi subito). Dovrebbe precisarlo l'ex ministro degli Esteri e ora presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

del Prof. Luca Paolo Berardini

Università degli Studi dell'Insubria

Dove si possono incontrare un elogiatore della monarchia sabauda e un indipendentista liberale, o piuttosto un liberale indipendentista? A prima vista, forse da nessuna parte. Le distanze paiono abissali. Ma così non è. Anzi. La spietata lettura che dà dell’Italia repubblicana Giulio Vignoli – storico e politologo dalle molte benemerenze, prima di tutte la tradizionale, consolidata e ben nota assenza di peli sulla lingua – non può che solleticare l’immaginazione e lo spirito critico (anche) degli indipendentisti.

 

Giulio Vignoli ha scritto molto, in una lunga carriera a Scienze Politiche nell’Università di Genova. Classe 1938, è stato in qualche modo testimone della nascita della Repubblica italiana, la “RI” come la chiama lui, con sillaba d’apertura d’eloquenti parole, ad esempio, “riso”, “risibile”, “risicato”, e che più ne ha più ne (ri)metta. Non ha combattuto nella seconda guerra mondiale: mentre evidentemente lo hanno fatto, avanguardie dei soldati-bimbi africani, tutti i sedicenti partigiani dell’ANPI, coetanei o più giovani del Vignoli, che nel 2017 fanno ancora sentire la propria voce, quasi sempre a sproposito. Anzi. Sempre a sproposito.

Il suo ultimo libro s’intitola “Repubblica italiana. Dai brogli e dal colpo di stato del 1946 ai nostri giorni” (Edizioni Settimo Sigillo, 2017), e alle soglie degli ottanta Vignoli si lascia andare ad un lungo, godibile, talora irresistibile “stream of consciousness”, srotolando, tra ironia e disincanto, il tappeto di ottanta anni di storia infelice, per la più parte; lo fa evocando non solo ricordi personali, che diventano più vivi, naturalmente, nella misura in cui ci si avvicina al presente, e che, a partire da una prospettiva genovese (quindi, un’ottima prospettiva per guardare ai danni e disastri di comunisti e altri compagni di merenda loro discendenti), illumina le vicende italiane, fino alle ultime, di governi illegalmente eletti figli di parlamenti mai eletti, tristissimi, lugubri.

Per intanto, la prima considerazione che accomuna i nostalgici della monarchia sabauda con quelli dell’indipendenza dei piccoli stati italiani – se l’Italia fosse nata come federazione tra stati indipendenti, nel 1861, molte sarebbero state le monarchie, e il ruolo egemone, nella federazione, lo avrebbe assunto, date le posizioni di Pio IX allora, certamente quella sabauda – è che, nel bene o nel male, da qualsiasi angolo si voglia guardare alla cosa, non esiste una vera sostanziale continuità tra il Regno d’Italia (1861-1946), e la Repubblica Italiana (1946-?), e dunque, tra l’altro, tutti i celebratori dei 150 anni d’”Italia” sono stati mentitori consapevoli.

Ciò è di estremo interesse per un indipendentista: diversi i confini (il Regno si espande, la Repubblica si contrae, con la cessione territoriale di Osimo, nel 1975, ad esempio, in barba alla “unità ed indivisibilità” costituzionale, shibboleth giacobino); diverse le costituzioni; diverse le componenti etno-linguistiche (una volta terminato l’Impero); diverse le strutture economiche. E via così. L’illusione di continuità, serve, naturalmente, molti fini ideologici, idealmente anti-indipendentistici (ma non solo).

            Quel che Vignoli mostra, con una padronanza della letteratura al riguardo (dimenticata per la più parte) è la frattura radicale che i nuovi padroni del vapore, Togliatti l’assassino e De Gasperi l’imboscato, per Vignoli, “l’ipocrita cristianissimo”, vogliono mettere tra la nuova RI, e la vecchia Monarchia. “Indietro Savoia!”

La violenza dell’allontanamento dei Savoia fatto tutt’uno con i dimostrati brogli nel referendum del giugno 1946, cui seguì, prima che i risultati fossero certificati, un vero e proprio “golpe” che fece cadere la monarchia anzitempo e contro il diritto stesso. Su questo si è scritto molto, ma i brogli sono comprovati – e dunque la Repubblica è nata, prima di tutto, con l’inganno; poi con la protervia: la vergognosa ostilità di comunisti e democristiani (non tutti i secondi) verso la dinastia che in effetti aveva “fatto” l’Italia – meno, senz’altro, gli italiani – copriva ovviamente trame di potere, conquiste alla Gramsci dell’egemonia, politica e culturale, per cui era meglio agire con la sciabola che con il fioretto, a spese di una dinastia forse non impoverita come vuole il Vignoli – avevano comunque intascato dai Lloyd di Londra l’assicurazione sulla vita (con gli interessi maturati in quasi cinquant’anni) di Umberto I – ma che certamente non navigava nell’oro. Finito il simbolo, e la garanzia monarchica – mal sostituita dalla figura incerta del presidente della repubblica – i gruppi di malaffare già in vita e al governo ai tempi del Regno, non avrebbero potuto che trionfare in quelli repubblicani. Mentre era naturale che gran parte della popolazione italiana, con secolare rapporto col potere regio (nell’ex-regno delle due Sicilie, ad esempio), avrebbe votato per la monarchia. Vignoli dunque traccia tutta le vicende repubblicana nelle tinte fosche che merita, a partire dal parricidio verso il regno. Ricordando le figure che nobilmente votarono per la Monarchia – come il grande storico Pietro Silva, pioniere degli studi sul Mediterraneo, prima di Braudel – o come Edgardo Sogno, coerente fino alla fine.

Ora, se mai l’ideale risorgimentale riuscì, proprio attraverso l’istituto monarchico, nella (debole, elitaria, non condivisa, ma in molti casi innegabile) costruzione di una identità “italiana”, ebbene, fu poi proprio la repubblica che la negò, in nome di altri e meno astratti ideali (l’arricchimento dei politici, ad esempio), insieme alla rimozione del passato (perfino dei partigiani monarchici, rimossi dalla storia quando non eliminati fisicamente). E allora gli “italiani” che volevano essere proprio “italiani in tutto e per tutto” vennero dimenticati, subendo la stessa emarginazione degli “italiani per forza” (veneti, siciliani, sardi, e non solo loro), e a queste minoranze di una maggioranza fasulla Vignoli ha dedicato la propria onorabile vita di studioso: gli italiani di Crimea, gli italiani di Nizza e della Costa azzurra, gli emigrati, quegli italiani cui viene negata l’italianità che sentono propria, che (per loro almeno) esiste davvero. A partire proprio dal giugno 1946, quando agli italiani all’estero viene negato il voto. Non a giovamento degli “italiani”, ma di mafie camorre camarille e gruppi di potere, ha sempre agito la rossa repubblica d’Italia, e le politiche attuali verso i migranti lo mostrano perfettamente, tragicamente, oscenamente. Muoiono di fame gli “italiani” con la pensione minima, e razzolano pericolosamente imbaldanziti i migranti tutti dotati di telefono e nike  all’ultima moda.

            L’attacco alla “italianità” giunge anche fin dall’inizio della repubblica all’interno dell’Italia, con la caccia al fascista che dura fino a quando? Fino alle elezioni del 1948? O anche oltre. Con stragi immense, immensa omertà, regolamenti di conti figli di faide ancestrali, ma ora perpetrate dai “vincitori” sui “vinti”, con una guerra civile che finisce forse solo col boom – grazie a capitale americano (il piano Marshall che anticipa l’etero-direzione d’Italia a seguire, con la UE) – nei primi anni Cinquanta. Dopo verrà il terrorismo. Di tutto questo dà conto Vignoli, mostrando bene anche come in anni più recenti – esemplare quanto racconta di Berlusconi, “sapete qual è la differenza tra un francobollo e Berlusconi? Al primo si sputa dietro, al secondo in faccia”, era manifesto appeso a Scienze Politiche a Genova nel 1994, fomite d’odio perfettamente tollerato dalla preside d’allora, Prof. Palumbo Maria Grazia, che qui il Vignoli trasforma in “palombo” forse per ligustica simpatia verso l’innocuo squaletto dalle carni prelibate -- la Repubblica sia sopravvissuta solo con immense contorsioni, e, in ultimo, con violazione palese della democrazia.

            Il libro si apre con la lancinante, eloquentissima fotografia di un cadavere. E’ quello di Mario Fioretti, 24 anni, una delle vittime della strage anti-monarchica di via Medina, a Napoli, avvenuta il 12 giugno. Strage in cui gli alti papaveri rossi si distinsero per efferatezza, e i loro mandanti, per omertà e oblio. Tra i nove morti, tutti ragazzi, anche una ebrea milanese, Ida Cavalieri. Aveva 20 anni. Una camionetta le tranciò le gambe e morì in ospedale. Gli storici di regime – lo sono quasi tutti – si sono ben guardati dallo scrivere sulla strage di via Medina. “Eppure chissà quante cattedre più o meno di storia ha la gigantesca università di Napoli”. Per cui i carabinieri che morirono in essa, uccisi dai comunisti, rimangono di identità incerta.

            Leggere Vignoli dà i brividi. Ma non dice nulla che non sia vero. Su stragi, scandali, imboscamenti, omertà, che rendono fragilissima la Repubblica italiana, di fatto ormai priva di sovranità, e non solo monetaria (anche se privarsi della sovranità monetaria è privarsi della prima, per dir così, delle sovranità).

            Gli officianti dei 150 anni di “unità”, nel 2011, avrebbe dovuto forse tener presente la violentissima rottura del 1946, che di fatto rende ogni celebrazione “continuista”, se non tragicamente fallace, farsesca. E profondamente disonesta dal punto di vista intellettuale, nonché, moralmente, estremamente scorretta verso gli alfieri stessi del Risorgimento (non solo verso le loro vittime, sia ben chiaro, veneti, siciliani, etc.) Gli indipendentisti possono consolarsi nel vedere che l’Italia bistratta prima di tutto chi si sente e chi è o è stato “orgogliosamente italiano”. Tutti coloro che sono stati sacrificati ai mostri rossi del primo Oriente, compreso Tito l’infoibatore. Genova – ricorda Vignoli – venne celebrato come un eroe nella Genova sinistramente “rossa” in cui entrambi siamo vissuti, quando morì. Ma anche emigrati in ogni dove, irredentisti in ogni dove, eredi dello spirito risorgimentale in ogni dove.

Un paese governato da cosche, turpi alleanze di mafia, capitali (sporchi), e politici, che guardano con estremo sospetto sia chi sventoli un gonfalone, sia chi sventoli un tricolore. In entrambi vedono potenziali nemici, che possono mettere in crisi i loro turpi interessi. E legioni di intellettuali asserviti – e molti ne smaschera qui il Vignoli, tra i più celebrati – si sono fatti interpreti di questi vergognosi giochetti. “Veneti…no no no…ma proprio no!”  ---- ”Italiani…sì…sì…sì..ma con giudizio!”.

D’altra parte, così va non solo l’Italia, ma la stessa Europa che si priva volontariamente delle proprie radici. Un recente video con Angela Merkel che schifa la bandiera tedesca è più eloquente di qualsiasi discorso.

Questo il congedo del libro:

“Con l’immagine di un Parlamento eletto con una legge incostituzionale, di un Governo e di un Presidente della Repubblica eletti da un parlamento incostituzionale, vi saluto molto cordialmente, cari lettori, che avete avuto la pazienza di seguirmi fin qui. Intendendo per RI il regime instauratosi 70 e più anni fa (…) ribadisco che la RI è una vergogna istituzionalizzata.”

Genova,7 dicembre 2017, presentazione del libro del Prof. Giulio Vignoli

Ho appreso con sincero dolore la triste notizia della scomparsa di Mio Cugino, Sua Maestà Michele I Re di Romania.

Lo ricordo con affetto durante i molti, moltissimi momenti trascorsi con Lui e la Sua Famiglia. Le nostre madri, Principesse greche di nascita, erano infatti sorelle e molto legate tra loro. Vivevano entrambe in Toscana e, così, io ho avuto, nel corso del tempo, la grande opportunità di  stringere con Lui una profonda e duratura amicizia.

Uomo di grandi principi, saggio, intelligente, esempio di grande abnegazione e di alto senso del dovere, il Re Michele è stato parte integrante della storia contemporanea del Suo Paese, incarnando, con la Sua figura, la perfetta sintesi tra Tradizione e Presente.

Costretto all’esilio per lunghi anni, rimase comunque il punto di riferimento identitario del proprio popolo, instancabile nel perseguire generosamente gli interessi della Romania, sua amata Patria, che ha servito sempre con devozione per ben nove decadi.

                                                      Amedeo di Savoia

San Rocco, 6 dicembre 2017

Debbo alla cortese sollecitudine di Alessandro ( Sacchi n.d.r.) se per la prima volta sono indotto a riflettere sulle ragioni personali della mia lontana adesione all’ UMI e sulle prospettive che intravedo. E’ un ‘operazione che parte da un’analisi del presente e che affronta, in tutta umilta’, il futuro di una scelta che ritengo oggi piu’ valida di ieri.

Sono  quasi 44 anni che sono iscritto all’UMI e va da se’ che qui ho incontrato nel tempo una comunita’ di amicizia e di affetti che mi ha fatto sentire meno solo e mi ha radicato nelle mie giovanili convinzioni.

 Non sono nato monarchico nel senso che  sono cresciuto e educato in un ambiente familiare e sociale ostile al Re. Per giunta, non sono un sentimentale di carattere e ho sempre cercato di dare un fondamento razionale (non razionalistico) alle mie scelte politiche.

Il primo campanello di allarme che suono’ per la mia generazione  furono gli scritti pubblicati da  Giuseppe Maranini  su La Nazione di Firenze e Il Corriere della sera nei quali additava con chiarezza  il peccato originale della neonata repubblica, la partitocrazia. Quella che fu chiamata prima repubblica (  forse sarebbe piu’  appropriato indicare come il primo tempo della repubblica) era corrosa in ogni sua manifestazione dal tarlo dello strapotere dei partiti. La condizione internazionale della guerra fredda e l’incombente pericolo del comunismo in Italia  tendeva a mettere il silenziatore su questo morbo che si manifestera’ in tutta la sua virulenza piu’ avanti con il passaggio al secondo tempo della repubblica  e con lo scempio che e’ davanti agli occhi di tutti.

Bisognava trovare allora  il coraggio intellettuale e morale di affondare  il bisturi nella piaga. La partitocrazia era  stata tenuta  a battesimo dal patto del CLN che consacrava il potere dei partiti senza alcuna remora istituzionale.

I nomi dei partiti sono cambiati, sono stata adottati sistemi elettorali diversi, si sono avvicendate classi politiche di destra e di sinistra ma senza risultati apprezzabili.

Il paese si e’ a mala pena accorto della tanto invocata  alternanza.

E’ in crisi il meccanismo della rappresentanza che ha consegnato il paese ad una oligarchia di inamovibili e ci regalera’  a breve un parlamento di nominati.

Manca un arbitro con la “ a” maiuscola  che tuteli  i valori della cittadinanza e della nazione. Manca un Re.

Il Re  prima che un’istituzione al pari delle altre,  e’ un principio che modella le istituzioni. Un Re ha il limite dell’esercizio del potere in se stesso, nella sua storia, nel suo essere al di sopra delle parti e degli interessi economici.

In un mondo globalizzato, sempre piu’ omologato e appiattito, di questa figura   sentiamo la mancanza. Non discutiamo la qualita’ degli uomini, ne’ il loro valore e il loro coraggio. E’ il ruolo delle istituzioni che puo’ ridare un senso al nostro stare insieme. La famiglia e’ il padre e oggi ci sentiamo tutti, sia a destra che a sinistra,   un po’ orfani. 

La mia generazione  coetanea della repubblica ha assistito allo sfascio delle istituzioni  e dei valori.

Tutto ha acquisito il sapore del provvisorio e dell’immediato. Ora si guarda alla scadenza delle elezioni politiche fra qualche mese ma senza il gusto delle scelte da compiere. Sara’ un voto di rabbia o di paura, o l’accettazione del meno peggio.

La repubblica (sia detto con tutto rispetto) ci ha abituati all’arredemento usa e getta dell’Ikea. La monarchia e’ anche la nostalgia interiore dei mobili che duravano per la vita.  

Giuseppe Borgioli

     

Per informazioni e prenotazioni:Prof.Mariano Torre 347716085; Sig. Andrea Spettoli 3355424618

Oggi, 01.12.2017, il Presidente Nazionale dell'U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, ha nominato commissario provinciale per Varese il Dott. Claudio Giovanelli.

Auguri di buon lavoro al neo commissario.