I monarchici italiani accanto al popolo iraniano che aspira alla libertà
Ancora in migliaia in queste ore nelle strade delle principali città iraniane per chiedere libertà e democrazia, rispondendo all’appello del principe Reza Ciro Pahlavi. Il regime repubblicano islamico reagisce con la violenza, ovunque provocando morti e feriti fra i manifestanti. Blocca internet e ogni altra forma di comunicazione a dimostrazione che le autorità temono la protesta giusta dei giovani. I monarchici italiani, eredi del Risorgimento liberale che costruì l’unità d’Italia, sono vicini al popolo iraniano che aspira a costruire un paese dall’assetto moderno, ispirato alle democrazie che assicurano libertà e sviluppo economico e sociale. L’Unione Monarchica Italiana (U.M.I.) auspica che il popolo iraniano trovi il suo Risorgimento nel solco della sua antica cultura.
Napoli, 10 gennaio 2026
Il Presidente Nazionale
Avv. Alessandro Sacchi
Dopo la tragedia di Crans-Montana i monarchici invitano il Ministro dell’Istruzione a preparare i giovani ad affrontare le emergenze
La tragedia di Crans-Montana, con i morti e i gravissimi feriti tra giovani italiani che frequentavano un locale destinato al divertimento e allo svago, al di là dell’accertamento delle responsabilità di chi gestito il locale e di chi ha omesso di verificare il rispetto delle norme di sicurezza, ha anche dimostrato che i giovani frequentatori non erano dotati di cognizioni sulla sicurezza dei locali.
L’Unione Monarchica Italiana (UMI), richiama l’attenzione delle autorità sulla necessità di adeguati controlli di sicurezza sui locali destinati allo svago.
Ritiene, al riguardo, di dover suggerire che la scuola si dia carico di fornire ai giovani, attraverso periodiche lezioni tenute da esperti in protezione civile, le nozioni necessarie per riconoscere le condizioni di sicurezza dei locali e, nell’emergenza, come intervenire per allontanarsi dal pericolo e per fornire il primo soccorso ai colleghi.
Napoli, 9 gennaio 2026
Il Presidente Nazionale
Avv. Alessandro Sacchi
Il 2026 vedrà il succedersi di importanti anniversari legati alla storia di Casa Savoia e, in particolare, di alcune figure femminili che hanno caratterizzato il loro tempo, lasciando vivida memoria nei loro contemporanei e non solo. Nel 1876 moriva la Principessa Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, moglie del primo Duca d’Aosta Amedeo, con cui aveva condiviso la grave responsabilità del trono spagnolo. Nonostante la brevità della drammatica esperienza, Maria Vittoria seppe prodigarsi per l’assistenza ai poveri e ai bisognosi, di cui ancora oggi è segno concreto la corona donata dalle lavandaie di Madrid in memoria della Principessa e custodita a Superga, accanto al suo monumento funebre. Nel gennaio del 1926, un secolo fa, si spegneva la prima Regina d’Italia, Margherita, che con il suo stile e la sua personalità riuscì nell’impresa di costruire quel senso di appartenenza alla nazione all’indomani dell’unità. La seguiva, nell’ottobre dello stesso anno, la Principessa Maria Laetitia Napoleone, figlia della “santa di Moncalieri” Maria Clotilde di Savoia e, per matrimonio, Duchessa d’Aosta. Tre principesse, tre donne che in tempi e modi diversi seppero esprimere sensibilità, umanità e tenacia nonostante le avversità loro poste innanzi dalle circostanze.
La resistenza di fronte alle difficoltà della vita è una delle riflessioni che ci porta la fine dell’anno, tempo di bilanci per quello appena concluso e di attesa per quello che sta per iniziare, a maggior ragione in questo presente in cui il conflitto, talvolta alimentato dal pregiudizio, fa tristemente ancora parte della nostra realtà. Il Natale, il tempo della famiglia e degli affetti, il momento della condivisione e dell’incontro, ci ricorda l’importanza dello spirito di unità come risposta a tale conflitto e, dunque, l’augurio che possiamo rivolgerci è che il nuovo anno possa riportare serenità, nella speranza di ritrovare la dignità e la libertà così spesso negate.
A voi e alle vostre famiglie rivolgo il più sincero augurio di un buon Natale e felice anno nuovo.
The year 2026 will mark the anniversaries of some significant female figures in the history of the House of Savoy who are widely recognised as the symbol of the time they lived in, for they left an enduring legacy for the years to come. First and foremost, Princess Maria Vittoria dal Pozzo della Cisterna, who passed away in 1876. Princess consort to the first Duke of Aosta, Amedeo, she shared with her spouse the responsibility of the Spanish throne. During their brief reign, Maria Vittoria devoted herself to the care of the poor and needy. The crown offered by the washerwomen of Madrid in her memory stands, as a poignant token of gratitude for her work, next to her funerary monument in Superga. In January 1926, one century ago, the first Queen of Italy died. Through her distinct style and personality, Margherita was able to forge a sense of national identity in the wake of Unification. After her, in October, also Princess Maria Laetitia Napoléon passed away. She was the daughter of the “Saint of Moncalieri”, Maria Clotilde of Savoy, and Duchess of Aosta by marriage. Three princesses, three women who embodied sensibility, humanity, and tenacity, notwithstanding all the adversities encountered in many circumstances.
This period of the year encourages us to reflect upon resilience. The ability to tolerate and overcome adversities is particularly significative in times such as ours, marked by conflicts which are often fueled by prejudice. The Christmas season – a time for family, kinship, and coming together – thus reminds us of the importance of being united against such conflicts. Therefore, our hope is for the New Year to bring serenity and grant each and everyone the dignity and freedom so often denied.
I wish you, and all your relatives, a very merry Christmas and happy new year.
Aimone di Savoia
Milano, 24 dicembre 2025
di Andrea Molle
Il carisma è una dote che, purtroppo, non molti esseri umani possiedono.Avere una certa tempra significa, anche, affrontare situazioni incresciose con una risolutezza proverbiale, con una ponderazione sicuramente non comune, mai tralasciando il proprio impegno - a prescindere dalla tipologia dello stesso - verso coloro che ammirano tale carisma.
Di quanti rappresentanti politici e/o istituzionali si è ammirato un carisma, un vero carisma da trascinatori?
Sicuramente pochi, anzi, pochissimi.
E, tra questi pochissimi, spicca sicuramente il re d'Italia Umberto I: già è stato citato, sulle nostre pagine, l'episodio riguardante il suo intervento durante la piaga colerica napoletana del 1884.
Oggi, citiamo un altro esempio degno della personalità del secondo re del Regno.
Palermo, 16 maggio 1897: una folla trepidante attendeva il taglio di un nastrino sabaudo da parte del sindaco cittadino Michele Amato Pojero, eletto da appena un giorno; il nastrino raccordava i lati di un mastodontico portale d'ingresso, di una delle strutture più monumentali ed emblematiche della resurrezione urbanistica del Meridione postunitario.
Un enorme edificio in stile neoclassico-eclettico, decorato con marmi colorati e stucchi finemente ornati, talmente bello da folgorare la mente di chiunque lo accarezzi con lo sguardo: era il "Teatro Massimo Vittorio Emanuele", in quel momento il terzo complesso teatrale più grande d'Europa, dopo l'Opéra National di Parigi e la Wiener Staatsoper della capitale austriaca.
Un'opera immensa che Palermo aspettava dall'epoca del dominio borbonico, la cui prima pietra fu posta nel lontano 1875, dopo aver spianato un'intera area su cui sorgevano una decina di edifici religiosi tra cui la Chiesa delle Stimmate, la Chiesa di San Giuliano e la Chiesa di Sant'Agata con annessi monasteri, conventi, lavande e murarie benedette.
A quell'inaugurazione, erano presenti anche i sovrani d'Italia Umberto e Margherita: sebbene la maggior parte degli avventori cercasse la loro approvazione, omaggiando la coppia reale, un'altra ma maggiormente rumorosa parte iniziò a contestarli con veemenza; la protesta ebbe, come causale, la cosiddetta "rivolta del pane", scatenatasi principalmente in Sicilia, Campania, Piemonte e soprattutto Lombardia (ove, tragicamente, a Milano essa si concluderà con la repressione armata - nell'anno successivo - della "rivolta dello stomaco", da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris), in cui i produttori e i dettaglianti di grano grezzo iniziarono a ribellarsi contro le nuove imposte sui prodotti da macino.
Nonostante il contenimento dei facinorosi da parte dei Corazzieri e nonostante i tumulti (abbastanza disturbanti per la particolare occasione) non avrebbero potuto impedire il loro ingresso al palchetto regio, Umberto e Margherita decisero, inaspettatamente, di non assistere allo spettacolo inaugurale del teatro, la prima palermitana del "Falstaff" di Giuseppe Verdi: la ragione era connotabile nel non creare una disunione ancor più netta tra la popolazione presente, in quanto i sovrani non vollero apparire "benvoluti" se non realmente benvoluti da tutto il popolo cittadino.
Mentre le alte cariche provinciali e comunali si accinsero a sedersi sulle nuovissime poltrone degli ordini di palchi, insieme ai membri aristocratici dei circoli siciliani e ai borghesi, Umberto e Margherita si lasciarono accompagnare presso il Palazzo di Città, seguitati da una nutrita schiera di locali festanti, dal quale si affacceranno più volte per salutare quella parte di comunità fedele alla loro reputazione.
E torneranno a Roma non avendo assistito al "Falstaff", nonostante i numerosi inviti delle cariche amministrative a presenziare allo spettacolo.
Farsi da parte per non generare altro odio, oppure essere presenti dove si muore e non si fa festa, oppure ponderare con compostezza le mosse a favore dell'unità della Patria: queste le grandi caratteristiche possedute da Umberto e Margherita.
Caratteristiche difficilmente riscontrabili, al giorno d'oggi.

di Andrea Molle
La grandezza di un leader si misura dalla voglia di operare insieme a chi ha bisogno d'aiuto, si dice spesso.
Lo stesso concetto vale anche per le istituzioni politiche: più un rappresentante delle istituzioni è vicino al popolo, più il popolo comprende quanto il rappresentante dello Stato voglia carpire le esigenze della comunità.
I Savoia, nella seconda metà dell'Ottocento, quando hanno dovuto dimostrare di "saper fare gli italiani" (quindi creare il concetto di Patria, un concetto oggi quasi completamente sconosciuto ai più), hanno adottato in questo senso delle decisioni destinate a essere tramandate ai posteri.
Quella che raccontiamo oggi, è una di quelle decisioni.
Ci troviamo nei primi giorni d'estate del 1884. Il re d'Italia, Umberto I e la Regina Margherita sono in viaggio verso Pordenone, dove li attende un salotto composto da tutta l'aristocrazia piemontese e friulana, invitati mesi prima attraverso vari incontri circostanziati.
La carrozza regia corre veloce verso la piazza principale della città, dopo un viaggio che sembrava quasi interminabile.
Ma, proprio mentre il re si accinge a scendere dalla carrozza, uno dei suoi messaggeri gli fa recapitare un telegramma firmato dal sindaco di Napoli, Nicola Amore e dal Consigliere Provinciale della Sezione "Pendino" (la più popolosa di Napoli), il conte Guglielmo Capitelli.
Il contenuto del telegramma è agghiacciante: "Maestà, nel Basso Porto infesta la furia del colera. Si sta espandendo in città, settemila morti accertati. La Croce Bianca, guidata dal Nicotera, vi è in difficoltà, preghi per noi e ossequi la regina. Sindaco Nicola Amore".
A Umberto e Margherita bastò scambiarsi uno sguardo. Entrambi avevano sviluppato con la città partenopea un forte legame (ci avevano vissuto otto anni, dal 1862 al 1870), un legame sancito dalla nascita del loro unico figlio proprio nel Palazzo Reale di Napoli, a cui fu anche assegnato il titolo di "Principe di Napoli"; inoltre la Regina Margherita, in quegli otto anni, si era fatta riconoscere per l'estrema affabilità nei confronti della popolazione e per l'abitudine di girare per strada tranquillamente, anche durante la gravidanza, dialogando con tutte le persone che le rivolgevano la parola.
La risposta che Umberto dà al messaggero è da manuale del carisma: "dica agli ospiti di sala che a Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli".
I due sovrani si fanno immediatamente accompagnare alla stazione, dove li aspetta un treno diretto nel Meridione e un viaggio di circa quattro giorni.
Appena i giornali napoletani scrivono che Umberto e Margherita sono arrivati in città, un'enorme folla cinge d'assedio la stazione in quella che diventerà Piazza Garibaldi; l'entusiasmo è tale che una testimonianza di Sabatino Lopez recita "andarono tutti alla stazione. Il popolo piangeva di riconoscenza. Un cocchiere esclamò 'finalmente, 'nu rre che vene a murì cu' nuje', udito anche dal consiglier Guglielmo Capitelli".
Umberto si fa accompagnare immediatamente verso il Pendino, la zona più devastata dall'epidemia. Lui e la regina avevano portato dal Settentrione stoffe, tamponi, garze, mercurio...e dignità.
Umberto, infatti, nonostante gli inviti degli addetti alla Croce di salvarsi dal contagio, dà regolarmente una mano ai soccorritori della Croce Bianca, presenziando al trasferimento nei lazzaretti dei malati, mentre la Regina Margherita distribuisce cibo e bevande ai volontari nel soccorso.
Quando risalgono a Roma, il re spinge istantaneamente il Parlamento ad approvare una legge per la riqualificazione completa e la bonifica delle aree più popolose di Napoli, onde evitare altri disastri simili.
Nasce così la "Legge pel Risanamento di Napoli", destinata a migliorare e cambiare il volto dell'intero agglomerato urbano partenopeo.

