di Salvatore Sfrecola

( tratto da: www.unsognoitaliano.eu

Gli anziani sono un po’ come i bambini, vogliono essere al centro dell’attenzione, i bimbi, perché così si fanno notare dai grandi che cercano di imitare, gli anziani perché non vogliono uscire di scena. E rilanciano, non mollano alla ricerca di un nuovo ruolo. L’ho visto centinaia di volte. Un’abitudine diffusa tra gli alti gradi delle amministrazioni civili e militari i quali, in vista del pensionamento, instaurano rapporti con enti ed imprese che forniscono lo Stato e delle quali spesso, dopo, diventano consulenti quando non amministratori. Un tempo, ad esempio, era frequente che alti ufficiali delle Forze Armate in pensione divenissero consulenti delle imprese che producono armamenti per Esercito, Marina e Aeronautica. La cosa aveva una logica: sono stati gli utenti e conoscono le esigenze delle amministrazioni, così possono indirizzare le produzioni verso quegli obiettivi. A volte, però, il fatto che questi personaggi, usciti dall’ amministrazione siano passati nelle imprese fornitrici di beni e servizi, ha ingenerato il dubbio che, già in servizio, avessero agevolato quelle imprese per precostituirsi, poi, una comoda sistemazione da pensionati. Indubbiamente si pone quantomeno un problema di conflitto di interessi o una evidente inopportunità. Come per quanti, usciti dalle Amministrazioni, li ritrovi a stretto giro in studi legali dei quali poco prima giudicavano ricorsi e appelli. Che vi fosse un’entente cordiale anche prima?. Il dubbio resta. Anche i magistrati, soprattutto quando hanno calcato la scena per molto tempo, non sono disponibili, una volta pensionati, a dedicarsi a tempo pieno a figli e nipoti e magari a scrivere le loro memorie ed a coltivare gli studi giuridici. E così sulla soglia degli 80 anni cercano di far fruttare la loro notorietà in un ambiente da sempre sensibile, quello dei partiti che hanno costantemente guardato alla magistratura, soprattutto ai procuratori, con particolare interesse. Rimane sempre, nella gente semplice, ma che ha la sensibilità giusta per queste cose, il dubbio se, quando rivestivano la toga, abbiano forzato l’applicazione della legge, alla quale i magistrati sono soggetti ai sensi dell’articolo 101 della Costituzione, agli interessi del partito nel quale poi sarebbero andati a fare politica. Se così fosse sarebbe gravissimo e vorrebbe dire che quei magistrati hanno tradito il loro ruolo. Le ferrovie non hanno unificato l’Italia, com’era ambizione di Camillo Benso Conte di Cavour, entusiasta di questo nuovo mezzo di trasporto di cose e di persone. L’aveva sperimentato in Inghilterra ed aveva immaginato, tornato in Italia, che con i treni l’economia agricola del Sud avrebbe conquistato i mercati del Nord e dell’Europa. E che il treno avrebbe facilitato il turismo della buona salute, portando in giro per l’Italia, a godere del nostro straordinario clima, quanti vivevano nelle regioni brumose del Nord Europa. Ma anche il turismo dell’arte, della quale l’Italia è una straordinaria espressione. Infine, per Cavour le ferrovie avrebbero convogliato merci sui porti di Palermo e Napoli e l’Italia sarebbe divenuta la porta dell’Europa sull’Oriente e la Cina. Queste cose le scriveva nel 1846 (occhio alla data! L’Italia era ancora formata da 7 stati) con grande lungimiranza. Ma poco è stato fatto, soprattutto in quelle regioni la cui economia Cavour voleva sviluppare. E infatti, se Cristo si è fermato ad Eboli, l’alta velocità non va oltre Salerno. E nelle isole, straordinario volano del turismo, e non solo, l’alta velocità è ancora sconosciuta. Riusciranno i nostri eroi (Conte, Di Maio e compagni) a costruire ferrovie là dove Cavour aveva immaginato che fosse necessario per lo sviluppo del Paese? Mattarella si è accorto che Conte ha bruciato la sua candidatura ad un secondo mandato presidenziale solo facendo l’ipotesi. E si è innervosito, secondo quel che scrivono i giornali. Perché aveva certamente fatto conto fin dal 2018, quando si è aperta una legislatura che ha considerato ogni suo momento condizionato alla nomina del Presidente della Repubblica nel 2022. E va detto che, in vista di quella scadenza, molti hanno lavorato per ottenere il risultato desiderato. Anche il Presidente non è sembrato sempre arbitro imparziale ma uomo di parte, dalla parte di coloro che lo avevano eletto. La qual cosa è nella natura del Presidente, eletto dai partiti fra uomini che nei partiti hanno avuto un ruolo significativo, diranno i monarchici. Fedele al suo impegno culturale che, di anno in anno, ci consegna volumi sempre di estremo interesse per riflettere sulla politica, Domenico Fisichella, Professore ordinario di Dottrina dello Stato e di Scienza della Politica, senatore, ministro per i beni culturali e ambientali, editorialista per decenni di importanti quotidiani (Nazione, Tempo, Sole24Ore, Messaggero) torna in libreria con Figure e percorsi della Politica (edito da Pagine, pp. 259, € 18,00), nell’ambito della “Biblioteca di Storia e Cultura” da lui stesso diretta. Con riserva di adeguata recensione, segnalo fin d’ora che il volume tratta di temi di estremo interesse tra storia e politica: della società (se associazione di individui o di famiglie), della sovranità, della politica (se il declino sia della politica o di una politica), di Alessandro Manzoni storico e patriota, che scrive della Rivoluzione Francese, di Vittorio Emanuele Orlando (il Presidente della Vittoria), giurista e politico, di Francesco Saverio Nitti, teorico della politica, di Sergio Cotta, che di Fisichella è stato il Maestro, studioso di grande tensione morale e filosofica, di Giovanni Sartori, arguto polemista e studioso profondo delle istituzioni e del loro funzionamento, di Augusto Del Noce e della sua analisi del “compromesso storico”, e di Antonio Zanfarino, teorico e storico delle idee politiche, in rapporto al problema del totalitarismo. In copertina una bussola perché, spiega Fisichella nella quarta di copertina, “questo libro si propone come una bussola per orientare su alcuni dei più grandi temi della riflessione politica”.

I monarchici italiani invitano a votare NO nel referendum sul taglio dei parlamentari

Nel dibattito fra i sostenitori del SÌ e quelli del NO alla riforma costituzionale che riduce il numero dei parlamentari l’Unione Monarchica Italiana non ha dubbi nello schierarsi per il NO in quanto ritiene che, in primo luogo, il taglio “lineare” (uguale per tutti i collegi) danneggi in particolare le regioni più piccole, così compromettendo la rappresentanza di minoranze territoriali e linguistiche. In particolare i monarchici italiani, eredi della democrazia parlamentare introdotta con lo Statuto Albertino, che ha retto l’Italia per 100 anni, ritengono che le Camere del Parlamento siano espressione altissima delle libertà civiche e segnalano all’opinione pubblica che la proposta di riduzione di Senatori e Deputati proviene da un movimento politico, quello dei 5 Stelle, che nel suo programma sostiene la democrazia diretta, da gestire con una piattaforma informatica e quindi con il concorso di un numero ristretto di partecipanti, preconizzando, altresì, attraverso propri riferimenti culturali, perfino il superamento del ruolo del Parlamento.

I monarchici italiani ritengono, invece, che per recuperare spazi di democrazia sia necessaria e non più rinviabile una legge elettorale che restituisca al cittadino il diritto di scegliere il proprio rappresentante nelle Assemblee legislative, in forme che consentano la conoscenza diretta del candidato e delle sue idee, in modo da limitare il potere di designazione dei partiti e di verificare che l’attività concretamente dispiegata dall’eletto nel corso della legislatura sia conforme alle promesse fatte in campagna elettorale.

Roma,14.09.2020

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

NE’ MORALISMO NE’ QUALUNQUISMO.
di Giuseppe Borgioli
 
Siete mai stati al palio di Siena? Per i non senesi che vi accorrono è uno spettacolo che ha del surreale. Quello che stupisce è il tifo dei contradaioli che incitano con tutti i mezzi a disposizione cavalli e cavalieri. Tutto questo è condito da urla di incitamento, da scontri nella folla,da vere ondate di emozione che gli spettatori forestieri non capiscono e bollano come “atmosfera pittoresca”.
La repubblica soprattutto nelle stagioni elettorali più recenti ci ha abituato a competizioni che rassomigliano molto alle baruffe chiassose del palio di Siena. Mancano i colori e la festosità che fanno da cornice all’evento di Piazza del Campo. Questa volta si va a votare per il rinnovo di sette consigli regionali: Campania, Liguria, Marche, Puglia, Toscana, Valle d’Aosta e Veneto. I sondaggi che se fatti bene, con un campione appropriato, sono attendibili , danno in bilico Marche e Toscana . Fra queste ultime non sfugge l’importanza strategica della Toscana che se cambiasse colore politico darebbe un duro colpo agli equilibri nazionali e a una coalizione di partiti appiccicata insieme dalla saliva dei suoi capi. Rossa da sempre la Toscana, di un rosso diverso da quello della vicina Emilia Romagna, di un rosso più intenso , più sanguigno, più connessa alle passioni, ai moti che vengono dal cuore. L’Emilia Romagna si è conquistata la fama di una terra amministrata con saggezza e bonomia, di gente poco proclive alle lusinghe della politica. Erano così anche ai tempi del PCI quando venivano chiamati “miglioristi” :il presidente emerito Napolitano non farà fatica a ricordarlo. Fedeltà all’ Unione Sovietica, ammirazione incondizionata per il “migliore“ Palmiro Togliatti e il resto… buongoverno amministrativo. Non ho dubbi che il sentimento prevalente fra i militanti vecchi e nuovi del partito democratico da quelle parti sia la nostalgia. In Toscana è diverso. La politica ( politicante) domina la scena e ha lasciato sul terreno della storia e della cronaca non poche illustri vite da Dante Alighieri a - si parva licet - Matteo Renzi. Con queste elezioni l’ex enfant prodige si gioca quello che rimane della sua carriera.
La passione politica ha molti tratti in comune con la passione del gioco. Continua a girare la ruota della fortuna che dovrebbe aver insegnato qualcosa al giovane Renzi frequentatore di studi televisivi,
Staremo a vedere. Questa repubblica ci riserva ancora delle sorprese e i suoi protagonisti sono spesso mediocri, troppo mediocri, rispetto alle parti che recitano in commedia.
Re Umberto nel lasciare l’Italia (ahimè per sempre) ci ha chiesto di essere fedeli alle istituzioni e ha riconfermato in noi la nostra vocazione a servire sempre e comunque la Patria, senza moralismo né qualunquismo.
Siamo disposti a partecipare una volta di più al palio di Siena ma non riusciamo a commuoverci. Che vinca l’oca o la torre non scuote più il nostro animo.

IL RIFIUTO DEL PADRE

di Giuseppe Borgioli

Non ho mai apprezzato l’appellativo che taluno attribuisce al Re come primo impiegato dello stato. Il Re, nella tradizione e nella modernità, è qualcosa di essenzialmente diverso. Il Re è una dinastia. Non una semplice genealogia è una dinastia che si è incarnata nella storia di una Nazione. È difficile far capire ai repubblicani, che talvolta accampano ragioni storiche anche nobili, che non sono in discussione i poteri costituzionali del Re o le sue prerogative. È in discussione la stessa giustificazione di chi rappresenta nel bene e nel male la continuità della Patria. Renzo De Felice riprendendo una celebre locuzione di Benedetto Croce in relazione alla data dell’8 settembre 1943 parlava di morte o agonia della Patria. Per paradosso il i punto più critico della vicenda della Monarchia post unitaria coincide con il punto più alto della vitalità dello stato e della sua dignità. Il Re non è il dittatore.  Semmai il dittatore è una controfigura, talvolta generosa tal altra volta con meschina. Il dittatore parla alla storia che passa, il Re dialoga can la dinastia. Questo è il suo tribunale. Da Altacomba ad Altacomba. Si. Il Re è come un padre, il Padre della Patria. Questa definizione mi piace di più di “primo impiegato dello stato”. Il padre è amato, contestato, rifiutato e ritrovato. Ha spazio nei Vangeli la parabola del figiol prodigo. Manca la parabola del ritrovamento del padre. Un amico che era stato chiamato al Circolo Rex a parlare della figura del Re, attaccò parlando del padre. Le età della vita designano modalità e affetti diversi nel rapportarsi al padre. Il bambino guarda al padre come a un Dio in terra. Il suo pensiero si abbevera di quello che dice il padre. Non c’è autorità al di sopra di lui. Persino il maestro o la maestra vengono messi in secondo piano. Mio padre non mi può ingannare o mentire. Poi, con l’adolescenza, arrivano i primi dubbi, sino al rifiuto. Quello che dice mio padre per il solo fatto che è lui a dirmelo è sbagliato e va sottoposto a una crudele verifica. È la vita, è cosi per tutti o quasi. Jung sosteneva, anche questo è un paradosso, che Dio creando l’uomo non ha usato poca fantasia. Oggi a ma succede di riconoscermi sempre di più nei lineamenti del volto di mio padre riflessi nello specchio. Anche se non mi riconosco nelle sue idee credo di aver capito perché lui agiva cosi. Ah, se ci fosse ancora mio padre quante cose avrei da dirgli. Tante che non troverei le parole.