di Salvatore Sfrecola

( tratto da: www.unsognoitaliano.eu)

L’Amministrazione pubblica italiana ha costantemente meritato la “A” maiuscola. Nella fase di formazione dello Stato unitario e nella ricostruzione del Paese, dopo la prima e la seconda guerra mondiale, ha dimostrato elevata professionalità in tutti i settori, amministrativi e tecnici; il “Genio Civile”, tanto per fare un esempio, ha rapidamente ripristinato le più importanti infrastrutture viarie e ferroviarie danneggiate o rese inservibili dagli eventi bellici. Tuttavia, da alcuni decenni i cittadini e le imprese ne denunciano in tutti i settori una generalizzata inefficienza, oggetto di ricorrenti segnalazioni da parte della stampa, e nulla fanno i governi di apprezzabile ed apprezzato per superare questa situazione, nonostante sia evidente che la politica al governo realizza gli obiettivi indicati nell’indirizzo politico emerso dalle urne e condiviso dalle Camere attraverso l’opera degli apparati amministrativi. Dovrebbe essere, dunque, prima di tutto il Governo a percepire l’esigenza di disporre di un apparato capace di realizzare gli obiettivi delle politiche pubbliche. E i governi in qualche modo sembra ne siano consapevoli. Infatti, fin dal dopoguerra è sempre stato previsto un ufficio della Presidenza del Consiglio, retto da un Ministro senza portafoglio, in vario modo denominato: riforma burocratica, riforma della pubblica amministrazione, semplificazione e quant’altro la fantasia ha consentito di definire. E tuttavia, ancora oggi, pressanti sono le esigenze di semplificazione dei vari procedimenti soprattutto di natura autorizzatoria. Il governo Conte gli ha dedicato un apposito decreto che unanimemente viene ritenuto assolutamente inadeguato. Basti pensare che, per esorcizzare il timore della firma, come si è letto più volte, è stata eliminata la responsabilità per danno erariale nelle fattispecie della “colpa grave” che, come abbiamo spiegato più volte, costituisce una gravissima negligenza e imperizia. Il fatto è che sfugge al Governo, e, quindi, alla politica, che l’Amministrazione pubblica non funziona per colpa della politica, perché è la politica che fa le leggi le quali delimitano attribuzioni e competenze degli uffici ed è la politica che definisce le procedure le quali costituiscono quell’inestricabile groviglio di adempimenti che costituiscono un peso per i cittadini e per le imprese, sconsigliate dall’investire (soprattutto le estere, abituate ad amministrazioni che non solo non frappongono ostacoli ma agevolano chi vuole intraprendere attività di produzione o di commercializzazione di beni). Quelle procedure, viste dall’operatore della P.A. rendono difficile la definizione delle pratiche per l’incertezza delle norme, spesso scritte male quando non incomprensibili. In questo contesto si manifesta il timore di sbagliare.Da qualunque parte affrontiamo il tema dell’Amministrazione incontriamo difficoltà e inefficienze e siccome, come dice un detto popolare, il pesce puzza dalla testa, è evidente che tra le varie disfunzioni, ad esempio riguardanti il reclutamento e la progressione nelle carriere che ha portato in posizioni di responsabilità soggetti assolutamente inadeguati, ce n’è una gravissima che sta scolpita in una norma di legge la quale consente al potere politico di nominare liberamente dirigenti. Senza una selezione, senza concorso, una serie di soggetti vicini alla politica assumono nell’ambito dell’Amministrazione responsabilità dirigenziali particolarmente importanti con un effetto deleterio. In quanto vengono assegnate funzioni rilevanti a soggetti privi di professionalità e di esperienza e perché queste promozioni mortificano i funzionari di carriera, quelli che un tempo si chiamavano direttivi, che nel privato sono i “quadri”, la forza della struttura, diretti da persone inadeguate e perché queste nomine tolgono spazio alle loro legittime aspirazioni. Alla ricerca dei più recenti motivi di disagio si ricorda negli anni 1992-1993 (Governo Amato – Ciampi) la scriteriata privatizzazione del rapporto di pubblico impiego proseguita nel 2001 con quella assurda riforma, fortemente voluta dall’allora Ministro della Funzione pubblica, Franco Bassanini, che, con il sistema dello spoils system, ha inaugurato la stagione della dirigenza sottoposta al politico di turno.

Dopo la riforma della dirigenza attuata con la legge 748/1972, che prevedeva l’accesso con regolari procedure concorsuali aperte a tutti, con regole certe che consentiva ai migliori di raggiungere determinate posizioni di vertice, purtroppo le forze politiche hanno trascurato il merito e la legalità, con l’effetto di determinare un diffuso malcontento tra gli addetti ai lavori, costretti a sopportare macroscopiche ingiustizie. La situazione gravissima si è progressivamente aggravata per il fatto che la norma di riferimento, la quale prevede l’assunzione di estranei con funzioni di dirigente, nata per sopperire ad eventuali, rarissime situazioni di mancanza della specifica professionalità, è diventata, di fatto, un “dirigentificio” di gente spesso senza arte né parte. Ho premesso che la norma avrebbe un senso, perché può accadere che l’Amministrazione abbia bisogno di una professionalità che al suo interno non possiede. Caso rarissimo, tuttavia, perché l’Amministrazione italiana ha tutte le professionalità necessarie. Ha giuristi, economisti, statistici, medici, ingegneri di ogni specialità, civili, navali, aeronautici, per fare qualche esempio. Si tratta, quindi, nel caso in cui un’Amministrazione avesse l’esigenza di una professionalità al momento assente, di acquisire dalla struttura che, invece, la possiede, in comando o in altra forma qualunque di collaborazione, il professionista che occorre. Invece l’art. 19, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001 ha creato un meccanismo perverso che consente la nomina di dirigenti anche tratti dalla stessa Amministrazione, un tempo previo un fittizio collocamento fuori ruolo, per apparire estranei, oggi neppure perché la norma è stata integrata dal duo Madia Renzi che ha reso possibile le nomine interne. A leggerlo com’è scritto l’art. 19, comma 6, sembra destinato all’assunzione di candidati al premio Nobel. Infatti, afferma che gli “incarichi sono conferiti, fornendone esplicita motivazione, a persone di particolare e comprovata qualificazione professionale, non rinvenibile nei ruoli dell’Amministrazione, che abbiano svolto attività in organismi ed enti pubblici o privati ovvero aziende pubbliche o private con esperienza acquisita per almeno un quinquennio in funzioni dirigenziali, o che abbiano conseguito una particolare specializzazione professionale, culturale e scientifica desumibile dalla formazione universitaria e postuniversitaria, da pubblicazioni scientifiche e da concrete esperienze di lavoro maturate per almeno un quinquennio, anche presso amministrazioni statali, ivi comprese quelle che conferiscono gli incarichi, in posizioni funzionali previste per l’accesso alla dirigenza, o che provengano dai settori della ricerca, della docenza universitaria, delle magistrature e dei ruoli degli avvocati e procuratori dello Stato”. Cominciamo col dire che il riferimento a magistrati, avvocati e procuratori dello Stato è come uno specchietto per le allodole. Dovrebbero fare come i gamberi, tornare indietro. Mentre le “concrete esperienze di lavoro” riferite alle amministrazioni “che conferiscono gli incarichi” è una palese contraddizione con la prevista assenza di professionalità. La ciliegina sulla torta dell’interesse della politica sta nella durata degli incarichi, che “non può essere inferiore a tre anni né eccedere il termine di cinque anni”. Insomma il dirigente non solo ha ottenuto la nomina ma attende anche la conferma dallo stesso ministro che lo ha nominato, una condizione che lo rende naturalmente “prono” alla volontà politica dalla quale dipende il suo status. Considerato anche che “il trattamento economico può essere integrato da una indennità commisurata alla specifica qualificazione professionale, tenendo conto della temporaneità del rapporto e delle condizioni di mercato relative alle specifiche competenze professionali”. La tanto sbandierata distinzione tra politica e amministrazione, stabilita dall’art. 3 del decreto legislativo n. 29 del 1973, finisce qui. Il politico si è tirato fuori da ogni responsabilità e la scarica sul funzionario che opera sulla base di direttive politico-amministrative. E la politica lo rassicura escludendo che possa essere chiamato a rispondere per “colpa grave” in caso causi un danno al bilancio pubblico. Con buona pace dei Costituenti, i quali avendo previsto che i pubblici dipendenti debbano essere “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98 Cost.), li ritrovano al servizio del politico di turno.

di Domenico Giglio

( tratto da: www.unsognoitaliano.eu)

Tra le tristi conseguenze della battaglia d’Adua del 1° marzo 1896 vi furono le migliaia di soldati italiani prigionieri degli abissini ed i commenti sfavorevoli nei loro confronti della stampa straniera, specie francese forse dimentica dei rovesci subiti in altre battaglie da truppe francesi ed inglesi in Africa. Uno dei commenti meno nobili fu scritto dal principe Enrico d’Orleans e pubblicato dall’importante quotidiano francese “Figaro”, il 21 aprile 1897. Ora non poteva rimanere senza risposta questa ignobile offesa ai soldati italiani e fu un principe di Casa Savoia (dinastia la peggiore in Europa come decenni dopo ebbe la sfrontatezza di scrivere un certo Romita!), Vittorio Emanuele, Conte di Torino, nipote del Re Umberto, in quanto figlio del fratello, Amedeo, Duca d’Aosta, ad esigere la riparazione, sfidando a duello, era l’uso dell’epoca, il principe francese. Dopo tutti i preliminari, secondo le regole cavalleresche, magistralmente riportati, dagli originali manoscritti nel volume fuori commercio, edito da Mondadori (senza data) grazie al contributo di Lucio Zanon di Valgiurata, dopo avere avuto l’autorizzazione alla pubblicazione da parte del Re, la mattina alle 5 del 14 agosto 1897, nel “Bois des Marechaux”, località vicino Parigi, avvenne lo scontro alla spada tra i due Principi. Dopo una scalfittura per parte al quinto assalto, la spada del Conte di Torino procurò unna ferita, non mortale, all’addome del principe francese, subito soccorso dai medici presenti, come riportato nel verbale “ayant reçu dans la parti inferieur droit de l’adomen un coup d’epeè”. Così con la vittoria del Principe Sabaudo terminò il duello che ebbe ampio risalto sulla stampa estera e nazionale, restituendo così onore al soldato italiano e prestigio al Regno d’Italia ed alla Casa Regnante, “lezione di onore di italianità, data da un Savoia”.

di Salvatore Sfrecola

( tratto da: www.unsognoitaliano.eu)

“Mai dire mai”, ovvero Never Say, Never Again, è il titolo di uno dei fortunati film, del 1983, protagonista il mitico agente segreto 007 al servizio di Sua Maestà, interpretato da Sean Connery, con al fianco la bellissima Kim Basinger. Mi viene in mente a leggere il commento di Francesco Storace, neo vicedirettore de Il Tempo, a proposito della ricandidatura di Virginia Raggi a Sindaco di Roma. “Virginia Raggi probabilmente sta tentando la carta della disperazione – scrive Storace – . Perché sa che non ha la minima possibilità di restare in Campidoglio da sindaco, stante il forte ribasso delle sue quotazioni tra i cittadini romani. Con lei il Pd non intende allearsi, a meno che non si sia di fronte all’ennesima commedia politica”. Ecco, l’ennesima “commedia politica” è possibile. È già andata in scena nelle precedenti elezioni, quando Giorgia Meloni è stata fermata sulla strada del Campidoglio da Silvio Berlusconi che ha diviso il Centrodestra, prima con candidature improponibili, il solito Guido Bertolaso,il costruttore “rosso” Alfio Marchini, figlio di Alvaro partigiano, imprenditore e gallerista italiano, dirigente sportivo e Presidente della AS Roma dal 1968 al 1971. Alfio, ben visto anche da ambienti ecclesiastici, disse un giorno che lasciava la Ferrari fuori Roma per non apparire il solito ricco figlio di papà. Vantava uno staff di esperti che non si sa bene cosa gli consigliassero, viste la banalità con le quali infarciva i suoi interventi, specie televisivi, in ogni caso presentati zagagliando, come si dice a Roma. Non solo, ma la commedia politica il prode Silvio l’ha completata presentando Alessandra Mussolini che, naufragata nelle urne, ha candidamente ammesso di essere stata messa in lista per ostacolare Giorgia Meloni. Ebbene è alle viste una nuova edizione della “commedia politica” che Storace richiama. Si sente fare il nome, oltre che del solito Bertolaso di un’altra brava persona che, petrò, che non prende voti, Franco Frattini, Presidente di sezione del Consiglio di Stato, già Ministro della funzione pubblica e degli esteri. Frattini è persona molto stimata, giurista di valore, uomo garbato, ottimo oratore. Da salotto, tuttavia, tanto che, candidato capolista di Forza Italia a Roma in una elezione comunale di qualche anno fa prese intorno a cinquemila voti. Alla luce di queste considerazioni a caldo la tesi di Storace che la Raggi non abbia la “minima possibilità di restare in Campidoglio da sindaco, stante il forte ribasso delle sue quotazioni tra i cittadini romani” non la darei per scontata. Ovvero sarebbe la conclusione naturale di una campagna elettorale che le vedesse opposta una personalità del Centrodestra capace di esprimere, con adeguato vigore, il senso del ruolo della Capitale d’Italia, la città più bella del mondo, “onde Cristo è romano”, per dirla con Padre Dante. Invece i partiti, anche quelli “romani”, come Fratelli d’Italia guidato dalla romana Giorgia Meloni, sembra non abbiano intenzione di impegnarsi per Roma. Altri, come la Lega di Matteo Salvini, non si sono mai radicati nella Capitale, come dimostra il fatto, inequivocabile, che né in Parlamento né in occasione del governo giallo-verde sono state schierate personalità del mondo romano, provenienti dai ministeri, dai grandi enti pubblici, dall’università più grande d’Europa, dalle magistrature Superiori, dagli ordini professionali, dall’industria locale che ha sviluppato nel tempo elevate potenzialità. Niente. Neppure un’idea, che pure sarebbe facilissima, sul ruolo “politico” della Capitale. Non solo. Roma è la storia dell’Occidente. Del diritto, e sembra banale ripeterlo. Roma è sinonimo di civiltà, rappresentata dagli acquedotti che portavano ovunque, in Italia e nelle province dell’Impero, l’acqua, l’emblema stesso della vita. Come le strade, necessarie allo sviluppo dei commerci e alle relazioni tra i popoli, le terme, per favorire il rapporto interpersonale, o i teatri. E per la condizione civile e per quella religiosa Roma è un’icona della cultura e dell’arte. Ed oggi, da quando esiste lo Stato unitario è la città ha assunto il ruolo di Capitale è la sede del governo della Nazione, il luogo fisico dove si fa politica, nelle Camere del Parlamento attraverso le quali il popolo italiano esercita la sovranità che la Costituzione gli attribuisce. Eppure, come ho appena occasioni, del mondo delle professioni romane non c’è traccia nell’organigramma dei partiti, di quelli di governo e di quelli di opposizione. È colpa dei partiti che non si appoggiano a queste realtà culturali, professionali ed economiche imprenditoriali importanti? Probabilmente è così. Ma è anche colpa di questo mondo variegato ma ricco di capacità professionali e di cultura che ha trascurato l’interesse per la città. Presi dall’impegno professionale hanno lasciato correre, come si dice, implicitamente delegando al più modesto dei mondi politici la gestione della città e la partecipazione al dibattito sui grandi temi dello Stato, del suo ordinamento, del suo funzionamento, che emergono drammaticamente nel momento in cui, a seguito dell’epidemia che ha bloccato l’economia in ogni settore, è necessario un impegno di grandi proporzioni perché l’Italia riprenda a crescere. E consideri non solo le condizioni dal gennaio di quest’anno, alla vigilia della dichiarazione di emergenza nazionale. Perché l’Italia non cresce da anni, da troppi anni. In queste condizioni dare per scontato che la Raggi “non ha la minima possibilità di restare in Campidoglio da sindaco” è azzardato perché potrebbero riprodursi le condizioni per le quali il degrado della politica, l’evidente incapacità del governo e lo scarso smalto dell’opposizione favoriscano in un ballottaggio Virginia Raggi che, opportunamente, da alcuni mesi è silente, mentre alcune esigenze minime dei romani sono state soddisfatte, come l’asfaltatura di alcune strade importanti, l’illuminazione delle gallerie, per cui i suoi fans dicono che ci voleva del tempo perché fosse apprezzata. È vero, che il tema dei trasporti e quello della raccolta dei rifiuti ma sento dire dai fans della giovane Sindaco che dobbiamo darle tempo. “Mai dire mai”, dunque. A suo tempo, in suo favore, è stato un voto “contro”, normale in democrazia quando è difficile votare “a favore”. Per molti era stato impossibile continuare a votare i partiti che negli ultimi anni, a livello centrale e locale, hanno dato dimostrazione di straordinaria incapacità. Nessuna scelta ideologica. Chi ha votato M5S ha voluto rigettare in toto la vecchia politica, le chiacchiere che hanno accompagnato slogan che molto promettevano e quasi nulla hanno realizzato. È vero che anche il M5S è andato avanti  con parole d’ordine assolutamente vuote, come quella “abbiamo eliminato la povertà”, che subito è stata annotata da qualcuno senza appello: “la povertà degli amici”, certamente, non degli italiani. Eppure, il consenso nei confronti del Movimento 5 Stelle, diminuito anzi dimezzato, si è stabilizzato e non è detto che, in un ballottaggio, la Raggi possa farcela, considerato che nessuno dei grossi nomi che potrebbero contrastarla sembra volersi impegnare. Gestire Roma è difficile, ma trascurarla è un grave errore politico. Chi conquista Roma conquista l’Italia. Tutte le capitali sono emblema della politica nazionale. Ricordo che in Francia Chirac è stato per 15 anni sindaco di Parigi ed i suoi ministri erano sindaci delle grandi città, da Tolone a Marsiglia.

Cosa resta dell’Europa

di Giuseppe Borgioli

Nei momenti di euforia val la pena soffermarsi sugli elementi che ispirano alla riflessione. A costo di rovinare la festa di chi aspetta i soldi promessi e sogna l’ombrello dell’Europa per ripararsi dai temporali autunnali, bisogna guardare in faccia la realtà per non essere delusi dai fatti. L’Italia ha archiviato l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea frettolosamente senza valutarne le conseguenze politiche economiche e finanziarie. Per i politici Italiani, ammalati come sempre di provincialismo, é più importante garantirsi uno strapuntino in un qualsivoglia consesso internazionale che avere voce in capitolo sugli avvenimenti. Come diceva De Coubertin è importante partecipare. Se poi si riesce a strappare qualche soldo in più è ancora meglio. Gli uomini politici Italiani non sono ferrati con le lingue. Ne so qualcosa anche personalmente. Abbiamo una dolce attenuante. La nostra lingua madre è così bella e espressiva, dotata naturalmente di una sonorità che è poesia anche quando sceglie le modalità prosa. Sono un toscano ma come si può resistere al fascino del napoletano , ci sembra che quella lingua sia nata per la musica. E così il vituperato romano cha dà voce e corpo allo sberleffo con il quale quel popolo, nobile e plebeo, si ripara dal sopruso del potere. E che dire delle altre lingue tutte iscritte al gotha della nobiltà letteraria. Un menù presentato in abruzzese ha più sapore, così l’emiliano o il veneto, lingua che i dogi e i mercanti viaggiatori usavano per la loro (alta) diplomazia. Non è vero che i siciliani ( e qui meriterebbero la” S” maiuscola) sono reticenti. Parlano nella lingua della loro storia,fatta d(i saggezza. Come i Sardi: silenzio e poche parole, più sguardi che parole. Questa digressione per far capire che la formula del recovery fund diventata di uso comune nella lingua egemone dice molte cose di non facile comprensione. Soldi prestati sono sempre soldi presti a prestito e se non sono presi a prestito rendono più amaro il boccone- L’orgoglio di una nazione dovrebbe essere quello di tenere i conti in ordine. A costo di sfiorare l’impopolarità, ricordo che neanche dopo una guerra abbiamo avuto le finanze così disastrate. Toniamo a questa Europa multi lingue dove è difficile intendersi. C’era più Europa nella comunità dei sei del carbone e dell’acciaio, o in quella allargata , sino quasi a perdere la nozione dei suoi confini, della burocrazia di Bruxelles e dei vertici che si ripetono con grande strette di mano e abbracci? Perché non dire che questa Europa è diventata un trampolino di lancio per politici nazionali o come si diceva una volta un ricovero di vecchi elefanti ingombranti in salotto? L’abbandono del Regno Unito non ha dato vita al minimo dibattito sul destino europeo nè in Italia né altrove. Silenzio assordante nelle cancellerie del continente. La discussione ha riguardato solo le modalità tecniche di questo abbandono. Oggi e a tutti evidente che l’Europa è ridotta all’asse franco- tedesco, gli altri sono spettatori che qualche volta ricevono una mancia.

 

di Salvatore Sfrecola

(tratto da: www.unsognoitaliano.eu)

Ormai la conoscono tutti la formula con la quale il comunicato del Consiglio dei ministri informa che un determinato provvedimento è stato approvato “salvo intese”. Serve al Presidente del Consiglio per fare la sua conferenza stampa ed annunciare le misure che ritiene gli italiani apprezzeranno. Come nel caso del decreto legge di agosto, quello che introduce misure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia. Stavolta la formula viene aggiornata: “salvo intese tecniche”. Che non è chiaro cosa significhi. Perché potrebbe riguardare tanto l’ammontare delle risorse messe in campo e le relative coperture, quanto la formulazione di alcune norme.Nel Comunicato del CdM si legge che “con il decreto, il Governo ha stanziato ulteriori 25 miliardi di euro, da utilizzare per proseguire e rafforzare l’azione di ripresa dalle conseguenze negative dell’epidemia da COVID-19 e sostenere lavoratori, famiglie e imprese, con particolare riguardo alle aree svantaggiate del Paese. Con il decreto, le risorse complessive messe in campo per reagire all’emergenza arrivano a 100 miliardi di euro, pari a 6 punti percentuali di PIL.”, ma si riferisce anche di norme che riguardano il regime fiscale dei cittadini e delle imprese, con effetti sulla finanza dello Stato e degli enti locali, disposizioni che incidono su un groviglio di norme e di interessi che non è facile coordinare. E c’è anche l’istituzione di una nuova Autorità per gestire le opere dirette alla salvaguardia di Venezia, in sostituzione del Magistrato alla acque, che fin dalla Serenissima Repubblica curava le opere dirette a garantire le condizioni naturali della laguna. In nessun caso si tratta di questione di poco conto. E comunque “salvo intese” vuol dire che il Consiglio dei ministri ha approvato un testo, a dir poco, incompleto in alcune delle sue parti. E quindi non c’è un provvedimento che possa legittimamente recare nelle premesse il riferimento alla deliberazione del Consiglio dei ministri che in nessun caso potrebbe essere “conforme” a quello rimesso al Capo dello Stato perché lo “emani” ai sensi dell’art. 87 della Costituzione. Questa funzione attribuisce al Presidente della Repubblica un controllo di legalità del “provvedimento provvisorio con forza di legge” giustificato da “casi straordinari di necessità e d’urgenza”, come si legge nel secondo comma dell’art. 77 della Costituzione. Il Capo dello Stato nell’esercizio della sua funzione di garanzia e di estraneità al potere politico ed alla funzione di indirizzo politico, deve pertanto verificare che sussistano i requisiti che consentono al Governo, in ragione della “necessità ed urgenza”  di esercitare la funzione legislativa ordinariamente di competenza delle Camere. Anche per verificare che il provvedimento del Governo non abbia inciso su situazioni giuridiche soggettive costituzionalmente tutelate. Un potere del quale i Presidenti della Repubblica hanno fatto scarso uso, nonostante la dottrina del diritto costituzionale riconosca loro la possibilità di rifiutare la firma, cosa che fece Luigi Einaudi. Il fatto che “salvo intese” ricorra da tempo e, di recente, molto frequentemente nelle deliberazioni del Consiglio dei ministri non deve indurci a ritenere che sia una prassi corretta. Va, infatti, ricordato che i provvedimenti posti all’o.d.g. del Consiglio dei ministri sono in precedenza esaminati nel corso della riunione preparatoria, convenzionalmente chiamata “preconsiglio”, alla quale partecipano i Capi di Gabinetto ed i Capi degli uffici legislativi dei vari ministeri, convocati dal Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, alla presenza del Capo del Dipartimento per gli affari Giuridici e Legislativi (DAGL). In quella sede i provvedimenti vengono esaminati e, se maturi per l’approvazione, ne viene decisa l’iscrizione all’o.d.g. del Consiglio. Nel preconsiglio è possibile che emerga l’esigenza di mettere a punto qualche norma e di precisare la copertura di quelle che comportano spesa. Un aspetto da non trascurare, nel quale essenziale è il ruolo della Ragioneria generale dello Stato in quanto, diversamente da quel che intendono alcuni, soprattutto i politici, la copertura di una nuova spesa comporta la riduzione o la cancellazione di altra spesa e del corrispondente stanziamento di bilancio. Infatti le risorse non si trovano nel cassetto dei ministri, sono indicate in bilancio per far fronte a spese previste che certamente possono essere ridimensionate o annullate ma sempre tenendo conto che quelle risorse, le quali cambiano destinazione, rispondevano a determinate esigenze. E se le nuove spese sono coperte con l’indebitamento nondimeno è necessario che si ridetermini l’autorizzazione del limite del ricorso al mercato previsto in bilancio. “Salvo intese”, dunque, nelle deliberazioni del Consiglio dei ministri costituisce una grave violazione di un principio fondamentale, quello che i decreti legge che il Capo dello Strato emana e che vanno in Parlamento per la conversione devono essere conformi alla deliberazione del Consiglio dei ministri. E se quella corrispondenza non c’è l’atto è illegittimo se non sottoposto ad una nuova deliberazione del Consiglio dei ministri una volta raggiunte le “intese”.