Parola di Re

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L'UMI è istituita per raccogliere e guidare tutti i monarchici, senza esclusioni, al fine di ricomporre in sè quella concordia discors che è una delle ragioni d'essere della Monarchia e condizione di ogni progresso politico e sociale. Suo compito non è la partecipazione diretta alla lotta politica dei partiti, ma la affermazione e la difesa degli ideali supremi di Patria e libertà, che la mia casa rappresenta.


(Umberto II - 1956)

di Salvatore Sfrecola

Ha scritto di lui Indro Montanelli: “anche i più arrabbiati repubblicani ne riconobbero l’equilibrio, la correttezza, la lealtà. Rimase Re, dalla testa ai piedi, e lo è stato fino all’ultimo, anche di fronte alla morte. Secondo me avrebbe potuto essere il miglior sovrano di Casa Savoia”. Umberto, ultimo Re d’Italia, morto quarant’anni fa, il 18 marzo 1983, era un uomo mite, discreto, riservato, pur nella struggente nostalgia per la sua terra che aveva tanto amato. Ne ricordava le città e i borghi. Uno ad uno, come li aveva visitati nella sua gioventù e come continuavano a vivere nelle parole di quanti andavano a fargli visita a Cascais, in Portogallo, lo stato che aveva scelto lasciando l’Italia il 13 giugno 1946, partendo per l’esilio.

È sepolto nell’Abbazia di Hautecombe (Altacomba), in Savoia. I funerali, celebrati dall’Arcivescovo di Chambéry videro la partecipazione di numerosi Capi di Stato e di migliaia di italiani, persone comuni, adulti, giovani, giovanissimi, famiglie e moltissimi ex combattenti. Maria Beatrice, che tra i figli è stata quella che più a lungo ha vissuto con lui, lo ricorda come “un uomo molto buono, molto intelligente e molto colto. E amava appassionatamente l’Italia. Per evitare una nuova guerra civile fra italiani, partì per il volontario esilio che durò tutta la sua vita”. Ma non dimenticò mai di aiutare quanti poteva.

In Casa Savoia si regna uno alla volta. E così Umberto è sempre stato tenuto lontano dagli affari di governo. E lui non volle mai forzare. Da Principe ereditario rappresentava la famiglia presso le Corti europee, inaugurava mostre, premiava i vincitori di competizioni sportive, assisteva a manovre militari, oltre a svolgere le sue funzioni di ufficiale che via via assumeva crescenti responsabilità di comando. Di bell’aspetto, elegante, sempre sorridente era l’idolo delle ragazze italiane, ma sposò una principessa, Maria José, figlia del Re dei belgi, cattolica, come si conveniva ad un Savoia.

Era guardato con sospetto dal Regime. Si sapeva che non aveva simpatie per il Fascismo. Frequentava intellettuali ostili al governo di Mussolini, come Luigi Barzini Jr, giornalista, futuro parlamentare liberale, figlio di Luigi, scrittore e corrispondente da tutto il mondo per il Corriere della Sera, famoso per aver partecipato e descritto, nel 1907, la gara automobilistica Pechino-Parigi. Di formazione liberal-conservatrice, il Principe consentiva alla consorte di incontrare gli oppositori del Regime, come Benedetto Croce, che aveva stilato il Manifesto degli intellettuali antifascisti, ed altre personalità del mondo popolare e liberale, come Paolo Monelli e Guido Gonella. La Principessa intratteneva rapporti anche con Monsignor Montini, Sostituto della Segreteria di Stato, il futuro Papa Paolo VI.

Umberto aveva un ottimo rapporto anche con Italo Balbo, Governatore della Libia, il trasvolatore dell’Atlantico, popolare negli Stati Uniti, fascista scomodo, guardato con sospetto dal Duce. Balbo mise il Principe a conoscenza della scarsa preparazione militare delle nostre Forze Armate, emersa in modo drammatico nella guerra di Etiopia e poi nella partecipazione alla guerra civile spagnola. E dell’inadeguatezza degli armamenti rispetto all’evoluzione che avevano avuto in Europa e negli USA.

Il Principe, come altri componenti della Famiglia Savoia, come il cugino Amedeo d’Aosta, che meriterà l’onore delle armi dai vincitori dopo l’eroica difesa delle posizioni italiane sull’Amba Alagi, in Etiopia, era contrario all’alleanza con la Germania nazista. Un sentimento che gli avvicinò Galeazzo Ciano, Ministro degli esteri, genero del Duce, anche lui ostile alla Germania.

Umberto era sportivo, colto, amante dell’arte, com’è frequente per persone abituate a vivere in palazzi storici che sono autentici musei. Collezionava quadri e sculture, suggerì l’ammodernamento del Palazzo reale di Torino e delle regge sabaude piemontesi. Era anche molto religioso, un sentimento ispirato dalla mamma, la Regina Elena, improntata a quel sincero amore per i bisognosi per il quale Papa Pio XI volle conferirle la prestigiosa “Rosa d’oro della cristianità”. E che nel 1908 l’aveva vista soccorrere, senza insegne, tra le macerie di Messina e Reggio Calabria sconvolte dal terremoto, le popolazioni che tutto avevano perduto. La Regina che nella Prima Guerra Mondiale trasformò il Palazzo del Quirinale nell’Ospedale Militare n. 1, per assistere feriti e mutilati. Umberto indossò il saio della Confraternita del Santo Sudario, Pio sodalizio torinese vocato al culto sindonico, sin dalla fine del XVI secolo, ed entrò in contatto con eminenti sindonologi per seguire da vicino gli studi sull’enigmatico telo e la realizzazione delle prime immagini fotografiche. Nota è anche quell’immagine del Re che, ormai anziano e gravemente infermo, si genuflette devotamente di fronte al Pontefice Giovanni Paolo II, che fu pronto a risollevarlo tendendogli affettuosamente le braccia.

Negli anni drammatici della guerra, quando tutto era perduto, dopo il 25 luglio 1943, il defenestramento di Mussolini e l’armistizio con gli anglo-americani, fu Luogotenente Generale del Regno, una soluzione immaginata da Enrico De Nicola, che sarà Presidente provvisorio della Repubblica, per consentire al Re “Vittorio Emanuele III, osteggiato dai partiti antifascisti, di ritirarsi dalla vita politica in maniera onorevole. In quegli anni Umberto fece prove generali di Re, apprezzato anche dai repubblicani. Per Ferruccio Parri, Presidente del Consiglio: “in coscienza devo riconoscere che quell’uomo sarebbe il migliore dei Re”. E Luigi Einaudi, economista insigne, Governatore della Banca d’Italia, Ministro del bilancio e poi Primo Presidente della Repubblica, riconobbe che “il Re, fin dal primo giorno della Luogotenenza, è stato un esempio di coscienza del dovere, di spirito democratico, di correttezza costituzionale”.

Lasciò l’Italia all’indomani del referendum del 2 giugno 1946, convinto che nella campagna referendaria il potere assunto dai partiti repubblicani lo avesse danneggiato, ma volle evitare qualunque gesto che potesse dar vita ad un conflitto tra italiani, convinto che una repubblica si può reggere sul voto del 51% dei cittadini, mentre la monarchia ha bisogno di un più ampio consenso. Essa o incarna la storia e l’identità di un popolo, come ha dimostrato Elisabetta II, o non è.

(da Intervento nella società, diretto da Riccardo Pedrizzi, aprile – giugno 2023)