Parola di Re

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L'UMI è istituita per raccogliere e guidare tutti i monarchici, senza esclusioni, al fine di ricomporre in sè quella concordia discors che è una delle ragioni d'essere della Monarchia e condizione di ogni progresso politico e sociale. Suo compito non è la partecipazione diretta alla lotta politica dei partiti, ma la affermazione e la difesa degli ideali supremi di Patria e libertà, che la mia casa rappresenta.


(Umberto II - 1956)

di Davide Simone

 

Informale e shockante, pirotecnica e sorprendente, la comunicazione di Donald Trump non è mai improvvisata, tantomeno la conseguenza di una mente borderline. Al contrario, risponde a indirizzi ben precisi, spesso legati alla "teoria dl dominio" e alla "teoria dei giochi". Nulla, insomma, è lasciato al caso, dai gesti alle parole, dai post sui social alle espressioni del viso.

Vediamone, adesso, alcuni passaggi fondamentali

La comunicazione "verbale" e la comunicazione "mediatica":

-l'uso di terminologie semplici e in coppie antinomiche (vincente/perdente, buono/cattivo, sveglio/addormentato, ecc)

-l'uso del "caps lock"

-l'uso della punteggiatura enfafica (punti esclamativi, interrogativi, puntini di sospensione)

-l'uso del "present continuous" (ambivalente e generico, quindi duttile)

-l'uso dei superlativi e degli accrescitivi

Tutti questi accorgimenti rientrano nel cosiddetto "KISS" (Keep it simple and stupid), ovvero una strategia per semplificare il discorso, renderlo accessibile alle masse e coinvolgente, facendo leva sull'emotività

La comunicazione non-verbale:

-Trump stringe la mano stando a destra dell'altra persona, apparendo così (anche in virtù della sua altezza e della sua stazza), in una dinamica dall'alto verso il basso, ossia di dominio

-durante la stretta di mano, Trump dà spesso una pacca all'interlocutore, come a mostrare di essere lui il padrone di casa, cioè ancora una volta in una situazione di vantaggio e supremazia

-durante la stretta di mano, Trump tira spesso a sé l'interlocutore, anche qui per sottolineare una posizione di controllo e dominio

-Trump usa le mani come simbolo di virilità. Non manca infatti di decantarne le lodi, definendole grandi e belle. Del suo stesso cervello ribadisce, metaforicamente, le dimensioni, definendolo "grande"

-stando seduto, Trump tiene il busto eretto ("postura di forza") e le mani a guglia. Usata quando ascolta, la scelta delle mani a guglia serve a far vedere di essere lui, ancora una volta, a controllare la situazione, ma qui in un contesto rilassato, come fosse un maestro saggio che lascia parlare i discepoli per poi giudicare quello che hanno detto

-il dito indice puntato, come per impartire ordini e indicare la strada. Con il palmo verso il basso evoca il codice cavalleresco, per la precisione la stoccata, e quindi la sottomissione dell'altro. La cosa è ancor di più enfatizzata quando Trump serra le dita nella morsa della mano, facendo "uscire" solo l'indice

-sia in piedi che da seduto, lo abbiamo accennato, Trump cerca una "postura di forza", anch'essa mutuata dal mondo miliare. In piedi, la schiena è dritta e rigida, le mani lungo i fianchi, senza cedimenti. Seduto, è sempre dritta e le gambe, pur flesse, restano in asse rispetto al resto del corpo. Non le accavalla, non le muove.

-nei momenti di difficoltà, da seduto, Trump assume una posa con le braccia conserte. La schiena è sempre dritta, le braccia davanti al busto, incrociate in modo rigido, le mani che scompaiono evidenziando gli avambracci, il mento alto e un sorriso accennato. Difende e contrattacca.

Secondo i giornalisti e politologi Peter Oborne e Tom Roberts, autori del saggio "How Trump Thinks: His Tweets and the Birth of a New Political Language", la punteggiatura di Trump avrebbe questi significati:

-virgolette = cinismo

-più punti interrogativi = incredulità

più punti esclamativi = incredulità estrema

Caps lock = collera

Il sistema linguistico-verbale, ricordiamolo, incide solo per il 10% nella comunicazione umana

Riferimenti bibliografici: Fabio Di Nicola, "Il marketing della paura. Donald Trump e il codice della comunicazione politica";  Bérengère Viennot, "La lingua di Trump"