di Salvatore Sfrecola

(tratto da: https://www.unsognoitaliano.eu/2020/10/11/magistratura-per-risalire-la-china/)

 

Nessuno s’illuda che la radiazione di Luca Palamara dal ruolo della magistratura ordinaria chiuda la “questione Giustizia” e restituisca contemporaneamente prestigio alle nostre toghe. Infatti, se la rilevazione 2020 di Eurispes sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni colloca la magistratura poco più su della metà (49,3%) della fiducia che gli stessi cittadini riservano alle Forze dell’Ordine mediamente intorno al 70%, cioè al comparto che evoca legalità e sicurezza, è evidente che i problemi sono più profondi e il comportamento censurato a Palamara, di intelligenza con il mondo politico per assegnare magistrati “graditi” a capo di importanti uffici giudiziari, non è stato esclusivamente dell’ex Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), né solo di questi ultimi anni. Sarebbe, dunque, un errore se si ritenesse chiuso “il caso” e definitivamente archiviata quella brutta pagina della gestione delle nomine tra Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), ANM e partiti politici.

Per risalire la china, occorre una profonda revisione dei comportamenti che realizzi, in primo luogo, una giustizia in tempi adeguati alle esigenze, perché una sentenza che giunge dopo mesi se non dopo anni spesso è inutile o realizza solo in parte le aspettative di chi ha chiesto al giudice il riconoscimento di un proprio diritto. Ugualmente nel penale i tempi lunghi dei processi non soddisfano le esigenze punitive dello Stato rispetto all’allarme sociale che i cittadini riconoscono in alcuni reati né danno giustizia alle parti offese. Occorrono, dunque, tempi certi e brevi nelle decisioni che, tuttavia, non è solo compito dei magistrati assicurare perché i processi seguono le regole dei codici di procedura ai quali sovente va addebitata la lentezza dei procedimenti. Ma è certo che nei ritardi ci mettono del loro anche i giudici che depositano sentenze dopo mesi dall’udienza che ha definito il processo. Sentenze, inoltre, spesso lunghe oltre ogni esigenza di ricostruire il fatto e di definire il diritto, quasi fossero pezzi di un saggio da rivista giuridica. Il più delle volte basterebbero poche pagine per soddisfare l’esigenza fondamentale della motivazione.

Per risalire la china, tutto questo è importante ma non basta. I giudici che la Costituzione vuole “soggetti soltanto alla legge” (art. 101), ciò che sottolinea l’esigenza che siano indipendenti non devono essere tali nel loro intimo, nella decisione che assumono. Devono esserlo anche agli occhi del cittadino, quello evocato dall’ espressione “la giustizia è uguale per tutti”. Per apparire indipendenti i giudici devono anche avere una immagine di assoluta estraneità rispetto alla politica e alle loro impostazioni ideologiche dei partiti, per cui partecipare ad iniziative promosse da istituzioni politiche è assolutamente inopportuno, anche se si si è presenti solo per ascoltare. Né, ovviamente, è consentito intervenire sulla stampa di opinione per sostenere questa o quella espressione politica, quanto alla legislazione e alla sua interpretazione. Sarebbe stato il ruolo dei gruppi associati dell’ANM se alcuni non si fossero trasformati in appendici di partiti.

La gente non ha mai gradito il passaggio dalla toga al laticlavio parlamentare. Il sospetto è che abbia interessato il partito con le sue decisioni di giudice o di pubblico ministero. E non ritiene “normale” che un ex parlamentare torni ad indossare la toga, magari inquisendo politici di un partito avverso.

Ugualmente il magistrato deve apparire, oltre che essere, di specchiata moralità privata, nel senso che è da evitare la sua presenza in case da gioco, dove scommette, vince o perde somme di denaro che possono  condizionarlo negativamente. Un giocatore, infatti, può essere ricattato e indotto a venir meno ai suoi doveri istituzionali. Anche attività speculative possono mettere in difficoltà il magistrato dal punto di vista economico o collegarlo a persone di dubbia moralità.

Il magistrato è, dunque, un cittadino meno libero di tutti gli altri? Certamente sì, sa o dovrebbe sapere che a lui si chiedono dei sacrifici personali che se a taluno possono sembrare inaccettabili vuol dire che ha sbagliato professione.

Per risalire la china, i magistrati italiani devono dimostrare agli occhi dei cittadini di essere persone di elevata professionalità e di specchiata onestà in modo che quanti si rivolgono giustizia per vedere riconosciuto un loro diritto o tutelato un loro interesse devono poterlo fare con serena fiducia senza preoccuparsi delle idee politiche del proprio giudice, se di destra o di sinistra.

E ancora non basta.

Per risalire la china, tra le cose da ripensare va considerata la necessità di intervenire sulla progressione “di carriera”, nel passaggio a funzioni superiori. Infatti, se non può essere ignorata l’anzianità di servizio vanno certamente valorizzate l’esperienza ed il livello della professionalità, da valutare anche sulla base delle sentenze stilate e del loro esito nel processo (nel senso che deve far riflettere un giudice le cui sentenze fossero sistematicamente annullate), sempre tenendo conto della circostanza che nel ruolo di anzianità il primo di un concorso viene sempre dopo l’ultimo del concorso precedente. Cioè, quello che si deve ritenere il migliore di una selezione viene dopo il più modesto dei colleghi che lo precedono, magari con uno o due anni di maggiore anzianità.

Da ultimo, in sede di attribuzione di un ufficio direttivo, il magistrato va valutato in relazione alle specifiche capacità dimostrate, nel senso che uno studioso autore di saggi, libri e di sentenze pregevoli può non avere quella capacità di direzione che si richiede al capo di un ufficio, sia esso presidente di un organo collegiale o responsabile di una procura. Tutto questo, ovviamente, da accertare e valutare con le cautele del caso, perché non si presti ad abusi.

Per risalire la china.

di Salvatore Sfrecola

( tratto da: www.unsognoitaliano.eu)

Angelo Canale è il nuovo Procuratore Generale della Corte dei conti. Lo ha designato all’unanimità, nella riunione di oggi, il Consiglio di Presidenza della Corte dei conti, organo di autogoverno della magistratura contabile. Con Angelo Canale torna a ricoprire il ruolo di Procuratore Generale un magistrato con vasta esperienza nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali, sia nella versione giudicante che in quella requirente. A lungo addetto alla Procura Generale con funzioni di Vice Procuratore Generale è stato Procuratore Regionale della Calabria e successivamente della Toscana. Promosso Presidente di Sezione, Angelo Canale ha presieduto la Sezione giurisdizionale regionale dell’Umbria e successivamente la Terza Sezione Centrale d’Appello. La nomina lo ha trovato Presidente della Seconda Sezione Centrale d’Appello. Autore di importanti inchieste, dalla “Missione Arcobaleno” alla vicenda dei parcometri del comune di Roma che hanno accertato rilevanti danni erariali, apprezzato per l’equilibrio con il quale ha costantemente esercitato la delicata funzione requirente, a Canale, nella funzione giudicante, l’avvocatura ha costantemente riconosciuto di gestire i dibattimenti garantendo, nel modo più ampio, il contraddittorio. Canale è stato, altresì, consulente della Commissione parlamentare antimafia, impegnato sui temi delle infiltrazioni della criminalità organizzata nella Pubblica Amministrazione. Ha ricoperto incarichi governativi, come Capo di gabinetto del ministro del turismo, ed è stato anche incaricato di assicurare la corretta gestione dei fondi raccolti per l’assistenza in favore delle vittime dello tsunami. Ne è orgoglioso: “neppure una lira è andata sprecata” Canale ha svolto, altresì, una intensa attività scientifica e d’insegnamento. Conferenziere brillante, ha portato la cultura della giurisdizione contabile in istituzioni culturali universitarie e nelle pubbliche amministrazioni, anche militari. È autore di pubblicazioni scientifiche e curatore, di due importanti volumi collettanei editi da Giuffrè: “Il nuovo processo davanti alla Corte dei conti”, insieme a Federico Freni e Marco Smiroldo, e “La Corte dei conti, responsabilità, contabilità e controllo”, con Donato Centrone, Federico Freni e Marco Smiroldo. I volumi contengono importanti contributi di studiosi e magistrati della Corte dei conti e costituiscono strumenti di studio e di lavoro per magistrati, avvocati e funzionari. Canale è stato magna pars della Commissione che ha redatto il Codice di Giustizia Contabile, il testo che, per la prima volta, ha ordinato le regole dei giudizi innanzi la Corte dei conti. Non è facile il compito che Angelo Canale dovrà affrontare dopo un lungo periodo nel quale è mancato un efficace coordinamento dei Procuratori Regionali, titolari dell’azione di responsabilità per danno erariale, anche in forma di indirizzo delle attività investigative, in modo da colpire gli illeciti che determinano ingenti sprechi i quali favoriscono la corruzione e indignano il cittadino contribuente. Non è facile coordinare tante teste, motivando magistrati che hanno la loro personalità, la loro esperienza, una visione a volte non omogenea dell’attività requirente e dei settori da indagare, delle azioni da esperire. Gli effetti della lunga mancanza di coordinamento si è vista anche nell’atteggiamento della classe politica, da ultimo concretizzatasi nell’art. 21 del decreto-legge n. 76 dello scorso luglio che ha escluso dalla responsabilità risarcitoria le condotte caratterizzate da “colpa grave”. Ma una grande istituzione come la Corte dei Conti non può rimanere scollata dalla realtà della vita amministrativa e finanziaria dello Stato e degli enti pubblici e deve verificare, con grande rigore ma con alto senso di giustizia, come vengono spesi i denari dello Stato e degli enti pubblici e come l’ingente patrimonio pubblico viene conservato e valorizzato, con particolare riferimento ai beni del patrimonio storico artistico che costituiscono una ricchezza straordinaria dell’Italia e dell’intera umanità.

IL FUTURO DELLE DINASTIE
di Giuseppe Borgioli
 
Che cos’è una dinastia? Il nostro mondo è affollato di dinastie o di famiglie che si fanno passare per tali. Ci sono dinastie nella economia e nella finanza. Ci sono dinastie  nello spettacolo. Ci sono dinastie nella politica,  anche oltreoceano: i Clinton, i Bush, i Cuomo. Ovviamente anche l’Italia  ha le sue dinastie, celebrate nel tempo. Con l’avvento della repubblica  c’è stato il tentativo di colmare il vuoto della Dinastia, quella vera . Sono spuntati i vari personaggi  incoronati  dalla stampa e dalla televisioni, da quello che chiamiamo il mondo dei media. Si direbbe che i popoli non possono stare senza Re. Qualche volta sono degli idoli fabbricati ad ho, qualche altra volta a appartengono a dinastie temprate dalla storia.
Come nasce una dinastia  è una domanda  ancora aperta e  lasciata  alla sensibilità di ognuno. Sicuramente è nel corso degli eventi la Dinastia prende coscienza di sé  e diventa motore della storia.
La dinastia non è la semplice successione dei nomi e delle date. E’ qualcosa di più e di diverso di una genealogia. 
In un mondo appiattito come quello minacciato  dall’uso  democratico dei social media  scompare ogni riferimento alla verticalità dei valori. La competizione è fra il numero di followers  (seguaci) che ciascuno riesce  a raccogliere (non a fidelizzare) solo per esibire un indice di popolarità. O una sfera di influenza I mezzi sono tutti ammessi  nel grande mercato della telematica. Come gli scopi. Non esclusi quelli economici e commerciali.
Non si tratta solo della fiera della vanità che accompagnava la noia della società di massa.  Tutti hanno diritto al successo. Il principio democratico  si invera, in mancanza di meglio,  nella pratica dei social media  che è alla portata di tutti- Perché non dovrebbe essere così? Quali regole dovrebbero impedirlo o limitarlo?  Quella che sembrava  una spinta ad allargare i confina della comunità di amici  si rivela  una apertura di orizzonti difficilmente prevedibili, soprattutto nel campo politico e commerciale. D’altra parte la rivoluzione ( a noi  questa parola non suona bene) è destinata a infrangere anche le barriere della comunicazione. Non si può tornare indietro. E forse non è nemmeno  desiderabile.  E’ la tanta osannata  democrazia applicata  in versione estrema al comportamento umano. So bene che cisono sistemi totalitari  che possono essere  messi in discussione sola dalla rete spontanea  dei social media e dalle loro applicazioni. Mi preoccupa il futuro  delle società tradizionali e da come cambieranno i loro capisaldi  di vita.
Mi preoccupa l’autenticità di un messaggio come il nostro che attinge ai valori   fondanti della società.
La politica non è solo  competizione per il potere, per determinare  chi comanda  e chi obbedisce.
Senza valori le istituzioni restano scheletri senza vita.
E’ probabile che  siamo a una svolta di questo tipo e che il compito dei monarchici vada ben al di là di una restaurazione di una Dinastia.  Ci attende il compito  superiore alla nostre forze (missione impossibile) di restaurare un ordine  di valori condiviso dall’umanità di oggi e di domani.