L’ANPI per il Giorno del Ricordo promuove un seminario dal titolo: "Il fascismo di confine e il dramma delle foibe”. Che cosa centra con l’esodo e la pulizia etnica?

di Massimo Nardi

( tratto dal sito www.dabicesidice.it)

La notizia è stata data da Rete 4 giovedì 6 febbraio, ma già da qualche giorno avevo letto il comunicato stampa firmato da Alessandro Sacchi, presidente dell’Unione Monarchica Italiana (la più antica associazione monarchica) che è importante riportare in alcune parti, perché l’informazione è dare voce a tutti, piccoli, grandi e diversi altrimenti non c’è rispetto delle regole: - Apprendiamo da organi d’informazione che l'ANPI per voce del suo rappresentante, il sig. Pagliarulo, durante un convegno per ricordare il "dramma" delle Foibe, non avrebbe invitato gli esuli perché "non potevamo affrontare tutto" parole sue. La domanda sorge spontanea dunque: se non invita gli esuli e quindi le vittime di quello che non fu un dramma ma un vero e proprio crimine contro l'umanità da parte dei comunisti di Tito… chi mai dovrebbe invitare a giovamento di testimonianze autentiche? L'aggravante è che tutto ciò si svolga presso una struttura del Senato della Repubblica, pagata da tutti i cittadini, anche da quelli non invitati, anche dagli esuli -.

Che cosa dire o aggiungere a quanto sopra letto? Solo alcune considerazioni. Fin dalla sua nascita, l’ANPI (5 aprile 1945) ha avuto dei grossi problemi a fare i conti con il proprio passato. Già nel primo congresso nazionale, indetto a Roma nel 1947, fra le varie componenti emersero divergenze su questioni di politica interna ed estera, che comportarono la fuoriuscita nel ‘48 e nel ‘49 di molti esponenti di formazioni che fecero la resistenza. Democristiani, liberali, azionisti e monarchici presero strade diverse. Inutile che ci stiamo a nascondere dietro il politicamente corretto: varie sono le motivazioni ma storicamente si riducono a due. La resistenza è a esclusivo appannaggio comunista e i cattivi stavano solo da una parte. Tuttavia, ormai, sono anni che escono libri sul buco nero di quello che successe dopo il 25 aprile 1945 e della mattanza che ne seguì. S’iniziò con i libri di Giorgio Pisanò, ma era facile contestarlo perché era uno di quelli che andò Salò. Poi, arrivò un altro scrittore: Gian Paolo Pansa, cui era difficile appioppare la patente di revisionista repubblichino. In mezzo, tanti altri autori e ricercatori che hanno svolto un buon lavoro, denunciando le atrocità commesse dai partigiani, riconducibili al PCI dell’epoca, contro persone spesso innocenti a partire da quelle vissute nel Triangolo della morte qui in Emilia. Ora, salvo sporadici casi, ma quasi tutti a livello personale, l’ANPI non ha mai fatto un mea culpa su quanto denunciato. Di conseguenza, cosa c’è da sperare che esca da un seminario dal titolo (leggo dal loro sito web) "Il fascismo di confine e il dramma delle foibe". Il nulla! Perciò, è meglio fare quattro passi e andare da Giolitti a prendere un gelato. Come il gelo che dovrebbe calare su chi tende a confondere il ricordo di quello che fu un vero e proprio tentativo di genocidio, che poi non ci fu, poiché gli italiani di quelle zone di confine lasciarono la loro terra per salvare la pelle. Questa è la verità.

 

Il Presidente Nazionale dell'U.M.I., Avv. Alessandro Sacchi, ha nominato Amedeo Di Maio, napoletano, diciannovenne, studente in Medicina e Chirurgia, Commissario Nazionale del Fronte Monarchico Giovanile. Ad Amedeo Di Maio, i migliori auguri di buon lavoro dall'Unione Monarchica Italiana.   

              

Amedeo Di Maio

 

Sembra evidente a chiunque abbia una pur limitata conoscenza del diritto, e di quello costituzionale in specie, che la materia della successione al trono di uno stato retto da una monarchia costituzionale vada necessariamente ricercata nella Carta fondamentale dello Stato, cioè nella sua Costituzione. Infatti lo Statuto Albertino reca all’art. 2 la regola della successione al trono affermando che “il trono è ereditato secondo la legge salica”. Se ne deduce che solo una nuova carta costituzionale del Regno, da approvare nelle forme proprie di uno Stato “retto da un Governo Monarchico Rappresentativo” (sempre all’art. 2) potrebbe modificare la regola della successione al trono.

In sostanza la regola non è nella disponibilità della Famiglia Savoia ma degli organi dello Stato Rappresentativo, cioè del Parlamento in funzione costituente.

Se ne deduce che l’iniziativa preannunciata oggi costituisce una boutade priva di qualunque effetto giuridico.

Roma,15.01.2020

Il Presidente Nazionale 

Avv. Alessandro Sacchi

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Escludere il Parlamento sulla legge di Bilancio è uno sfregio alla Carta

di Salvatore Sfrecola

Il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2020, approvato dal Senato, è all’esame della Camera che lo voterà entro il 23. Un impegno inutile, perché quel documento è immodificabile. Non giuridicamente, ma perché così vuole la maggioranza giallo-rossa paventando il ricorso all’esercizio provvisorio, necessario se il bilancio non diviene legge entro il 31 dicembre.

Flebili le voci levatisi per denunciare questa gravissima lesione delle prerogative parlamentari, senza nessuna considerazione per la natura essenzialmente finanziaria delle assemblee elettive la cui storia coincide con lo sviluppo della democrazia fin da quando si è affermato il principio che il prelievo delle imposte debba essere consentito da chi sarà chiamato a pagarle. Fin dalla Magna Charta Libertatum (15 giugno 1215), quando viene istituita la Camera dei Comuni, assemblea dei contribuenti alla quale il Re Giovanni d’Inghilterra, attribuisce la funzione di autorizzazione al prelievo. In tal modo si legano tassazione, utilizzazione delle risorse così ottenute e rappresentanza popolare. È quello che si chiama “diritto del bilancio”, quale momento centrale della vita politica in quanto in quel documento sono consegnate le politiche fiscali e quelle della spesa, cioè l’assegnazione delle risorse alle politiche pubbliche, dalla sicurezza all’agricoltura, dalla scuola alla giustizia, dall’industria alla sanità, per fare qualche esempio. Per cui Camillo di Cavour soleva dire “datemi un bilancio ben fatto e vi dirò con un paese è governato”, dove “ben fatto” significa chiaro, capace di rendere evidente la realtà di un paese, con la sua ricchezza ed i suoi debiti.

Posto l’inscindibile rapporto tra Governo e Parlamento, tra decisione su entrate e spese e rappresentanza popolare è evidente che il mancato approfondimento del bilancio nella apposita sessione che le Camere riservano all’esame dei documenti finanziari, costituisce una gravissima lesione della democrazia. Insufficiente l’esame, impedito l’esercizio del potere emendativo che spetta a ciascun parlamentare, il bilancio è stato approvato sulla base di un maxiemendamento monstrum con molte centinaia di commi e di pagine sul quale il governo ha posto la questione di fiducia, un istituto parlamentare del quale, chi crede nella democrazia, suggerisce di non abusare.

È un nuovo, preoccupante segnale di allarme per la democrazia rappresentativa. E non è certo il “pericolo” dell’esercizio provvisorio che può giustificare questa compressione dei diritti costituzionali delle Camere perché quello evocato come uno spauracchio non è niente di drammatico. Previsto dalla Costituzione all’att. 81, comma 2, l’esercizio provvisorio del bilancio deve essere “concesso” per legge e per periodi non superiori a quattro mesi. In questo periodo lo Stato può incassare tutte le imposte dovute e può spendere solamente nei limiti dell’ammontare di tanti dodicesimi degli stanziamenti del bilancio in fase di approvazione quanti sono i mesi dell’esercizio provvisorio, ovvero nei limiti della maggiore spesa necessaria, qualora si tratti di spesa obbligatoria e non suscettibile di impegni o di pagamenti frazionabili in dodicesimi.

All’esercizio provvisorio l’Italia è ricorsa per anni senza che vi siano stati effetti negativi. Anzi, si può dire che la spesa, in quei casi, è stata più prudentemente diluita.

Di fronte al bavaglio imposto a deputati e senatori Matteo Salvini, leader della Lega, ha preannunciato un ricorso alla Corte costituzionale. Ma al di là del giudizio che la Consulta potrà dare della procedura seguita nel dibattito parlamentare è indubbio che stiamo assistendo, come in altri casi di abuso della questione di fiducia, ad una limitazione delle prerogative dei parlamentari e quindi della sovranità che appartiene al popolo “che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, come si esprime l’art. 1, cioè innanzitutto nella discussione e nell’approvazione della legge di bilancio.