di Andrea Molle
 
Ci vuole coraggio, ma c’è un modo diverso di parlare di monarchia in Italia, un modo che non cerca restaurazioni né rivincite, che non pretende di convincere tutti a cambiare la forma dello Stato, e che non considera i repubblicani come nemici. 
Molti repubblicani sinceri percepiscono oggi una difficoltà crescente: lo Stato fatica a essere un riferimento condiviso. La politica consuma rapidamente i suoi simboli, il Presidente della Repubblica gode di rispetto ma è frutto di compromessi parlamentari, e l’idea stessa di autorità super partes sembra sempre più fragile. Questo non significa che tutti debbanno accettare che la Repubblica sia sbagliata o che la monarchia sia superiore. Significa semplicemente che alcune domande — chi rappresenta davvero tutti? come si costruisce neutralità? quali funzioni devono stare fuori dalla competizione politica? — sono di tutti.
Un monarchismo per repubblicani, in questa prospettiva, non è una resa, non rappresenta un progetto alternativo, ma un laboratorio di confronto. Non dice: “la monarchia è meglio della Repubblica”. Dice: “le monarchie costituzionali hanno risposto a problemi simili ai nostri in modi diversi: vale la pena capire come”. Non è una proposta, è un’occasione. Non è un programma, è un dialogo.
Guardare ai modelli monarchici moderni — Scandinavia, Paesi Bassi, Giappone — non significa per tutti desiderare di copiarli. Significa osservare come altri Paesi hanno mantenuto una figura istituzionale che non compete per il potere e che, proprio per questo, funziona come spazio simbolico neutrale. Non è un argomento per convincere di “tornare al Re”, ma un invito a chiederci se la Repubblica non abbia bisogno di ritrovare una certa qualità di neutralità che oggi si sta perdendo.
Lo stesso vale per la critica alle distorsioni del monarchismo italiano: dinastismi litigiosi, linguaggi antiquati, patacche pseudo-araldiche. Nessuno di questi elementi ha qualcosa da offrire a un repubblicano curioso. Un dialogo serio deve partire proprio da qui: liberare il discorso monarchico da ciò che è folkloristico, caricaturale, autoreferenziale, per renderlo uno spazio di riflessione istituzionale aperto anche a chi la monarchia non la desidera affatto.
Alla fine, un monarchismo per repubblicani non vuole “convertire” nessuno. Vuole aprire una domanda: come si può rafforzare la neutralità nelle istituzioni? È un interrogativo che riguarda tutti, non solo i monarchici. E se il confronto tra modelli diversi — non per sostituire, ma per comprendere — può aiutare, allora ha senso parlarne senza imbarazzi, senza nostalgie, e soprattutto senza secondi fini politici.
In questo senso, il monarchismo non è una destinazione, ma un pretesto: un modo per riflettere sul funzionamento della nostra democrazia con uno sguardo più ampio. Non una proposta, ma una conversazione. Non un’alternativa, ma una lente.
Il resto, francamente, almeno per oggi, non importa.

Monarchia possibile

Il futuro realistico di un’idea proibita

È difficile parlare del futuro del monarchismo in Italia senza partire da una doppia onestà: realista e realistica. Realista, perché il monarchismo non è solo un sentimento nostalgico, ma una proposta istituzionale che si confronta con la realtà di un Paese, con i suoi equilibri, i suoi traumi, la sua storia. Realistica, perché fingere che la restaurazione sia dietro l’angolo o “a portata di referendum” significa condannare il monarchismo a restare per sempre nel reparto folklore, tra rievocazioni storiche e cene in abito d’epoca.

Il primo dato, ineludibile, è che non esiste oggi in Italia alcun vettore politico, sociale o culturale con la massa critica necessaria per proporre seriamente un ritorno alla monarchia costituzionale. La Repubblica, pur stanca, delegittimata, mal amata, è interiorizzata da almeno tre generazioni come lo sfondo ovvio del vivere politico. La memoria del 1946, con tutte le sue ombre e irregolarità, è stata istituzionalizzata al punto da diventare un tabù: metterla in discussione sul piano giuridico o storico è possibile, ma proporre una “revisione” costituzionale in senso monarchico appare, oggi, a metà tra il surreale e l’inoffensivo. Questo è il contesto: ignorarlo non è coraggio, è autoinganno.

Detto questo, il monarchismo non è morto. È frammentato, confuso, spesso mal rappresentato, ma non morto. E il suo futuro dipende innanzitutto dalla capacità di uscire da tre trappole che lo condannano all’irrilevanza: la trappola dinastica, la trappola ideologica, la trappola pataccologica.

La trappola dinastica è quella più vistosa. In Italia il monarchismo è stato quasi completamente sequestrato da una serie di contese genealogiche – Savoia contro Savoia, Savoia contro Borbone, Borbone contro Borbone – che interessano, nella migliore delle ipotesi, poche migliaia di persone molto motivate e completamente irrilevanti per il resto del Paese. La disputa sul “legittimo erede” della Corona d’Italia è un tema da convegno specialistico, non il fondamento di un progetto politico. Finché il monarchismo italiano si presenta come tifoseria per questo o quel pretendente, non ha futuro: ha solo curva sud.

Un monarchismo realistico dovrebbe ribaltare il ragionamento: prima viene la forma di Stato, poi – eventualmente – chi la incarna. Prima la riflessione istituzionale, poi la genealogia. Se il dibattito resta “Aimone o Emanuele Filiberto”, “Savoia o Borbone”, non esce dalla bolla.

La trappola ideologica è altrettanto pericolosa. Per decenni in Italia il monarchismo è stato culturalmente agganciato alla destra nostalgica, alla memoria deformata del periodo pre-repubblicano, alla retorica “né fascismo né antifascismo”, o peggio a un certo revisionismo confuso in cui il Re è al tempo stesso garante e vittima, presente e assente, colpevole ma innocente. Questo ha reso impossibile qualsiasi discorso monarchico in un quadro liberaldemocratico maturo, perché ha legato la parola “monarchia” a un immaginario reazionario, a volte clericale, a volte semplicemente rancoroso.

Un monarchismo del XXI secolo dovrebbe fare esattamente il contrario: presentarsi come proposta istituzionale per una democrazia liberale moderna, secolare, europeista, capace di garantire una figura super partes là dove la Repubblica ha prodotto presidenti sempre più percepiti come espressione di area politica e non di comunità nazionale. Dove il nazional-populismo urla “il popolo siamo noi”, il monarchismo serio dovrebbe ricordare che la nazione non coincide mai con una parte, e che un capo dello Stato non elettivo può essere una barriera, non un feticcio.

Poi c’è la trappola pataccologica, che chi ci legge conosce bene. Titoli inventati, ordini “dinastici” venduti a pacchetto, mantelli ricamati, stemmi improbabili, cavalierati di micronazioni, pseudo-grandi maestri che si autoproclamano discendenti di qualcosa. Questo è il veleno lento del monarchismo italiano: trasformare un tema serio – il ruolo delle istituzioni nella democrazia – in un carnevale di patacche. Per il cittadino medio, “monarchico” diventa automaticamente sinonimo di buffoneria, cosplay araldico, gioco di ruolo per signori annoiati.

Un monarchismo con futuro dovrebbe avere il coraggio di fare pulizia: dire chiaramente cosa è tradizione storica e cosa è merchandising, cosa è ordine legittimo e cosa è business, cosa appartiene alla storia di Stato e cosa alla fantasia privata. Senza questa distinzione, nessuno – né a sinistra né al centro né a destra – prenderà mai sul serio l’idea stessa di monarchia.

Qual è allora, in modo realistico, il miglior futuro possibile per il monarchismo in Italia? Non la restaurazione in tempi brevi, non il ritorno del Re al Quirinale, non la riapertura dei Savoia a Palazzo Reale. Il futuro possibile è un altro: diventare un laboratorio di critica istituzionale e di cultura costituzionale. In un Paese in cui la Repubblica ha mostrato tutti i suoi limiti – frammentazione, personalizzazione del potere, debolezza del ruolo super partes, simboli statali poco credibili – il monarchismo potrebbe proporre, se avesse coraggio, tre linee di lavoro.

La prima: una riflessione seria sul capo dello Stato. Non in chiave “torni il Re”, ma in chiave comparata: cosa garantiscono le monarchie costituzionali europee che il modello italiano non riesce più a garantire? Cosa significa avere un capo dello Stato non eletto, neutrale, separato dalla logica di maggioranza? Che differenza c’è tra un presidente che nasce da un accordo parlamentare e un sovrano che non deve vincere contro nessuno per esistere? Mettere queste domande sul tavolo è già un modo per spostare il discorso dal passato al futuro.La seconda: la battaglia culturale contro il nazionalismo tossico. È un paradosso solo apparente: proprio perché la monarchia è stata storicamente legata all’idea di nazione, oggi può essere uno strumento per de-tossificare il patriottismo. Nei Paesi dove funziona, il sovrano è il simbolo di un’appartenenza che non ha bisogno di trasformarsi in guerra civile permanente contro “i nemici interni”. In Italia, dove la bandiera viene usata a giorni alterni da una parte politica contro l’altra, un ragionamento monarchico potrebbe aiutare a ricordare che la comunità viene prima delle maggioranze, che esiste uno spazio simbolico che non dovrebbe essere conteso sul mercato elettorale. Anche senza Re, questo discorso serve.

La terza: una ridefinizione della parola “monarchico”. Oggi in Italia significa, quasi automaticamente, o nostalgico del passato o cliente di un ordine farlocco. Potrebbe e dovrebbe significare altro: persona convinta che la democrazia abbia bisogno di istituzioni che non siano tutte immediatamente disponibili alla competizione politica; persona che vede nella monarchia un possibile modello di neutralità, non un feticcio genealogico; persona che studia come funzio…

Di fronte all’assenteismo dal volto i monarchici chiedono una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadino il diritto di scegliere i propri rappresentanti

L’affluenza sotto il 45% registrata ovunque nelle elezioni regionali, molti punti meno della tornata precedente, certifica la disaffezione dei cittadini dalla politica, nonostante l’importanza delle competenze regionali in materie di grande interesse per le persone, soprattutto per quanto riguarda la sanità che soffre di gravi squilibri, in molte realtà con negazione del diritto alle cure a danno delle fasce più bisognose della popolazione. L’assenteismo dal voto preoccupa l’Unione Monarchica Italina (U.M.I.), custode dei valori dello Stato rappresentativo, perché la sfiducia dei cittadini rispetto alla possibilità di cambiare dimostra l’affievolimento delle istanze riformatrici in materia economica e sociale che, insoddisfatte, possono degenerare in protesta incontrollata.

I monarchici italiani si augurano che le forze politiche, consapevoli del disvalore dell’assenteismo, vogliano modificare la legge elettorale in modo che sia restituito ai cittadini l’interesse a partecipare alla vita politica attraverso la scelta dei propri rappresentanti, diritto costituzionale che radica le democrazie liberali.

Napoli 25 novembre 2025

Il Presidente Nazionale

Avv. Alessandro Sacchi

 

Spesso, soprattutto negli ultimi decenni, siamo stati abituati a vedere esponenti di primo piano della nostra politica esser considerati, dal contesto geopolitico estero, poco più che fenomeni di cui discutere in un secondo momento e non nelle sedi opportune.

Tra scandali, richiami all'ordine costituzionale da parte dell'Unione Europea e interventi in commissioni/parlamenti molto discutibili, oltre la metà del nostro Paese preferisce astenersi dalle votazioni elettive.

Ma l'Italia non era così.

Prima che subentrasse l'istituzione repubblicana, la nostra Nazione godeva di un prestigio ben diverso e non perché non si chiamasse "Italia", ma perché si chiamava "Regno d'Italia".

Un prestigio tale da portare due grandi Paesi occidentali, come Francia e Messico, a scegliere proprio il Capo dello Stato italiano (il re Vittorio Emanuele III) quale arbitro del lodo territoriale riguardante un piccolo atollo agli inizi del Pacifico: l'isola di Clipperton.

Siamo nel 1931: il Regno d'Italia è uno dei Paesi più importanti d'Europa e ha un sovrano particolarmente dotato nelle discipline geografiche.

Vittorio Emanuele III non aveva mai nascosto la sua enorme propensione allo studio, soprattutto accademico, nel quale aveva raggiunto una formazione davvero notevole: agli inizi degli anni trenta del Novecento, egli aveva già avallato alcuni scritti su dispute di confine in Sudamerica (come quella del "Pirara") e conosceva la disciplina della numismatica allo stesso livello dei grandi professori mondiali.

In virtù di queste sue qualità, il Presidente della Repubblica Francese Paul Doumer lo convocò per risolvere l'annosa controversia insulare con lo Stato messicano, presieduto da Pascual Ortiz Rubio: Vittorio Emanuele accettò il mandato e iniziò a ordinare convocazioni tra diplomatici di entrambi i Paesi (almeno due, secondo i rapporti dell'epoca), affinché si potesse dirimere la questione con il maggior tasso di equità possibile.

Dopo un'attenta analisi demografica, geopolitica e topografica, il re d'Italia decise: l'isola rimaneva territorio d'oltremare della Francia, motivando tale decisione con l'argomento della "disabitabilità permanente del territorio da coloni messicani" e della "trascurabilità dell'isola quale utilizzo come porto commerciale strategico" da parte dei messicani, nonostante la vicinanza dell'isolotto alla loro Nazione.

L'accordo fu ratificato, anche alla presenza del re d'Italia, nei primi mesi del 1932 (e vale tuttora, tra l'altro) e diede un lustro agli italiani mai raggiunto durante l'era repubblicana

 

di Salvatore Sfrecola

“Qualcosa si è incrinato nelle istituzioni della Repubblica”, ho letto in una nota stampa pubblicata a commento delle polemiche che in questa vigilia elettorale regionale hanno avvelenato il dibattito politico con sospetti di “manovre” occulte che sarebbero state pensate all’ombra del Quirinale ai danni della maggioranza di governo, in vista del 2027, quando si dovrà votare per il rinnovo di Camera e Senato. “Qualcosa si è incrinato”, a dimostrazione che in Italia la democrazia è debole, se è possibile che il Capo dello Stato, garante imparziale del funzionamento delle istituzioni, sia appena sfiorato dal dubbio di iniziative “di parte” perché che nei suoi uffici, un suo collaboratore possa aver immaginato pubblicamente, sia pure nell’occasione di una cena tra amici intenti soprattutto a parlare di calcio, scenari politici ostili all’attuale maggioranza. Pur evidentemente ignoti al Presidente.

Non è la prima volta che rumors irrompono nella vita politica a destare sospetti su persone o su istituzioni, financo sul Capo dello Stato che, ad onta dell’autorevolezza del ruolo e della persona sostanzialmente è solo e, pertanto, esposto ad essere tirato in ballo soprattutto in un contesto politico parlamentare molto diverso da quello che lo ha eletto. È accaduto con Antonio Segni e con Giovanni Leone, che poi si saprà erano stati ingiustamente accusati di mene varie.

E così, nonostante si affannino tutti a definirlo infondato, il sospetto che dietro una chiacchierata tra amici ci sia qualcosa di vero, che effettivamente una trama antiMeloni, sia auspicata se non definita, prende corpo, abilmente enfatizzata dalla stampa, anche da quella vicina all’opposizione, secondo la quale la “notizia” è inventata per una sorta di “chiamata alle armi” di una maggioranza che rivela al suo interno anche dissensi su alcuni profili istituzionali. A dimostrazione di un clima avvelenato che mette in discussione l’assetto costituzionale delle istituzioni, dal Parlamento, relegato da tempo al ruolo di passacarte delle decisioni del Governo, alla Magistratura, della quale è stato appena definito un nuovo ordinamento, alla Corte dei conti della quale è previsto un ridimensionamento del ruolo di tutore degli sprechi ai danni dei bilanci e dei patrimoni pubblici, mentre monta un fastidio non nascosto nei confronti delle autorità indipendenti. Sullo sfondo, la riforma del cosiddetto “Premierato” che modificherebbe radicalmente l’ordinamento della Repubblica, in particolare ridimensionando il ruolo del Capo dello Stato. Per cui a taluno potrebbe apparire verosimile in sul Colle siano immaginabili “contromisure” nonostante il Presidente abbia dimostrato di esercitare il suo ruolo con raro equilibrio, con atteggiamento quasi notarile, prendendo atto di iniziative legislative di competenza del governo anche quando hanno fatto più volte storcere la bocca ai giuristi liberali, soprattutto per un certo disinvolto uso della decretazione d’urgenza, divenuta mezzo ordinario di formazione della legislazione, nonostante il governo disponga di una maggioranza ampia e compatta. 

Sergio Mattarella, giurista raffinato, ministro e giudice costituzionale, maturato nella cultura del cattolicesimo democratico ha costantemente dimostrato grande equilibrio ed anche nelle sue frequenti esternazioni, in Italia e all’estero, ha sempre difeso con fermezza i valori della democrazia liberale consegnati nella Costituzione, richiamando i principi della solidarietà, del rispetto della persona umana, della pace nella giustizia, evocata per l’Ucraina e il Medio Oriente.

Tuttavia, è evidente, anche dai riferimenti alle riforme attuate o in cantiere che l’assetto della Repubblica manifesta molteplici segnali di crisi profonda che la classe politica non sembra in condizione di affrontare. Né l’ipotesi ricorrente di affidare ad una Assemblea costituente il restiling della Carta fondamentale appare rassicurante, considerate le soluzioni che si leggono nelle proposte dei partiti, nei disegni di revisione costituzionale all’esame del Parlamento anche con riferimento ai lavori delle Commissioni bicamerali per la riforma dello Stato opportunamente abortite negli anni scorsi. Dove i Calamandrei, gli Einaudi, i Ruini, i Mortati, i Terracini che animarono il dibattito alla Costituente traendo il meglio dalle analoghe leggi fondamentali dei paesi occidentali?

Forse non è necessario neppure un riassetto profondo. Le istituzioni sono state disegnate con saggezza dal Costituente, l’equilibrio tra i poteri se mantenuto nella prassi quotidiana è capace di assicurare una adeguata governabilità, che è poi la ragione di molte proposte di riforma, in particolare del premierato, nel rispetto del ruolo del Parlamento espressione di quello stato “rappresentativo” nato nel 1861 sulla base dello Statuto Albertino. Ciò che rende centrale il sistema elettorale al quale è affidato il compito fondamentale di selezionare la classe politica. Contestualmente rafforzando il ruolo del Capo dello Stato, come garante imparziale della legalità costituzionale, un ruolo difficile in una Repubblica nella quale in ogni caso il Presidente sarà sempre espressione di una parte più o meno ampia, ma di una parte e sarà inevitabilmente portato a dargli spazio.

Partire, dunque, dalla legge elettorale guardando ad esperienze estere laddove i partiti, meglio le segreterie dei partiti, hanno fatto un passo indietro rispetto ai gruppi parlamentari costituiti da rappresentanti scelti sulla base di una diretta conoscenza dell’elettore con voto di preferenza oppure, meglio ancora, in collegi uninominali nei quali l’elettore si confronta con il candidato, all’inglese, per intenderci, un sistema che ha dimostrato di saper selezionare il corpo politico. Lì, sulle rive del Tamigi, da sempre il confronto politico, anche aspro, alimenta una mentalità partecipativa che è l’anima della democrazia e fa sì che possano cambiare radicalmente le maggioranze senza che siano messe in discussione le regole dell’assetto dei poteri. Sarà anche perché al vertice dello stato siede un Sovrano che non è coinvolto nella lotta dei partiti.

Ce n’è per riflettere su quella situazione di evidente crisi politico-istituzionale che alimenta sospetti e fake news che fanno scrivere i giornali ma allontanano i cittadini dalle urne.