di Andrea Molle

Il carisma è una dote che, purtroppo, non molti esseri umani possiedono.Avere una certa tempra significa, anche, affrontare situazioni incresciose con una risolutezza proverbiale, con una ponderazione sicuramente non comune, mai tralasciando il proprio impegno - a prescindere dalla tipologia dello stesso - verso coloro che ammirano tale carisma.

Di quanti rappresentanti politici e/o istituzionali si è ammirato un carisma, un vero carisma da trascinatori?

Sicuramente pochi, anzi, pochissimi.

E, tra questi pochissimi, spicca sicuramente il re d'Italia Umberto I: già è stato citato, sulle nostre pagine, l'episodio riguardante il suo intervento durante la piaga colerica napoletana del 1884.

Oggi, citiamo un altro esempio degno della personalità del secondo re del Regno.

Palermo, 16 maggio 1897: una folla trepidante attendeva il taglio di un nastrino sabaudo da parte del sindaco cittadino Michele Amato Pojero, eletto da appena un giorno; il nastrino raccordava i lati di un mastodontico portale d'ingresso, di una delle strutture più monumentali ed emblematiche della resurrezione urbanistica del Meridione postunitario.

Un enorme edificio in stile neoclassico-eclettico, decorato con marmi colorati e stucchi finemente ornati, talmente bello da folgorare la mente di chiunque lo accarezzi con lo sguardo: era il "Teatro Massimo Vittorio Emanuele", in quel momento il terzo complesso teatrale più grande d'Europa, dopo l'Opéra National di Parigi e la Wiener Staatsoper della capitale austriaca.

Un'opera immensa che Palermo aspettava dall'epoca del dominio borbonico, la cui prima pietra fu posta nel lontano 1875, dopo aver spianato un'intera area su cui sorgevano una decina di edifici religiosi tra cui la Chiesa delle Stimmate, la Chiesa di San Giuliano e la Chiesa di Sant'Agata con annessi monasteri, conventi, lavande e murarie benedette.

A quell'inaugurazione, erano presenti anche i sovrani d'Italia Umberto e Margherita: sebbene la maggior parte degli avventori cercasse la loro approvazione, omaggiando la coppia reale, un'altra ma maggiormente rumorosa parte iniziò a contestarli con veemenza; la protesta ebbe, come causale, la cosiddetta "rivolta del pane", scatenatasi principalmente in Sicilia, Campania, Piemonte e soprattutto Lombardia (ove, tragicamente, a Milano essa si concluderà con la repressione armata - nell'anno successivo - della "rivolta dello stomaco", da parte del generale Fiorenzo Bava Beccaris), in cui i produttori e i dettaglianti di grano grezzo iniziarono a ribellarsi contro le nuove imposte sui prodotti da macino.

Nonostante il contenimento dei facinorosi da parte dei Corazzieri e nonostante i tumulti (abbastanza disturbanti per la particolare occasione) non avrebbero potuto impedire il loro ingresso al palchetto regio, Umberto e Margherita decisero, inaspettatamente, di non assistere allo spettacolo inaugurale del teatro, la prima palermitana del "Falstaff" di Giuseppe Verdi: la ragione era connotabile nel non creare una disunione ancor più netta tra la popolazione presente, in quanto i sovrani non vollero apparire "benvoluti" se non realmente benvoluti da tutto il popolo cittadino.

Mentre le alte cariche provinciali e comunali si accinsero a sedersi sulle nuovissime poltrone degli ordini di palchi, insieme ai membri aristocratici dei circoli siciliani e ai borghesi, Umberto e Margherita si lasciarono accompagnare presso il Palazzo di Città, seguitati da una nutrita schiera di locali festanti, dal quale si affacceranno più volte per salutare quella parte di comunità fedele alla loro reputazione.

E torneranno a Roma non avendo assistito al "Falstaff", nonostante i numerosi inviti delle cariche amministrative a presenziare allo spettacolo.

Farsi da parte per non generare altro odio, oppure essere presenti dove si muore e non si fa festa, oppure ponderare con compostezza le mosse a favore dell'unità della Patria: queste le grandi caratteristiche possedute da Umberto e Margherita.

Caratteristiche difficilmente riscontrabili, al giorno d'oggi.