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La nuova frontiera del colonialismo arcobaleno

di Gaspare Battistuzzo Cremonini

Il ritorno a casa della cooperante italiana Silvia Romano ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica un tema che la pandemia aveva fatto, temporaneamente, scivolare nelle retrovie: quello dell’ Erasmus nella Savana, ossia del Grand Tour filantropico che ogni giovane occidentale à la mode deve in qualche modo assolvere prima di dimenticarsi dei piccoli africani scalzi e finire a lavorare per Merril Lynch.

Da anni, cari amici, vado sostenendo che le sinistre liberal occidentali abbiano elaborato una via tutta loro alla prosecuzione del colonialismo ottocentesco, dall’altro lato invece da tempo abbandonato e dimenticato dalle destre pur quando nostalgiche. Il Colonialismo Arcobaleno è la nuova frontiera del colonialismo tradizionale: se quest’ultimo si manifestava occupando e governando territori conquistati, il primo si esplica nel voler imporre ai medesimi modi e stili di vita non compatibili con il Terzo Mondo o, come usa dire adesso, con i ‘paesi in via di sviluppo.’

I safari umanitari che i giovani intraprendono, per solito dopo la fine delle scuole superiori o dopo il termine degli studi universitari, costituiscono una prova da affrontare per dimostrare, al ritorno a casa, di aver fatto la propria parte, di esserci stati, di poter tornare ai propri agi ed ai propri spesso lauti stipendi permettendosi di sostenere, alle cene con gli amici, che la povertà la si è vista davvero. Pazienza se solo per due settimane, pazienza se solo come turisti cooperanti.

Dove avviene questo indottrinamento verso il Grand Tour del Volontariato? Naturalmente, soprattutto in Italia, questa forma mentis si plasma negli istituti scolastici superiori: di norma dominate da gruppi di insegnanti chiaramente e smaccatamente schierati a sinistra, le scuole sono l’ambiente ideale in cui convincere i giovani a ribellarsi verbalmente contro l’autorità dello Stato, della famiglia, dei genitori per poi tornare dall’Africa purgati, pronti a prendere quel posto nel mondo degli adulti e presto dimenticare i piccoli africani per cui s’era urlato ‘morte ai capitalisti!’

Questi nostri giovani, di norma sinceri e motivati da ideali sentiti, sono le reclute ideali di una classe insegnante opportunista fino alla megalomania e saldamente trincerata in poltrone comode, ove non lussuose, che si permette di mandare allo sbaraglio i giovani quali portabandiera di mal compresi ideali sessantottini sopravvissuti ben oltre la loro data di scadenza certa.

Già, perché i ragazzi, in Africa, ci vanno per solito senza nulla sapere di quel che li attende. Convinti di essere accolti come benefattori da coloro che ‘sono ricchi soltanto del loro sorriso’, sono completamente ignari dei pericoli cui vanno incontro: dal terrorismo islamico di Boko Haram o Al-Shabaab, alla fame che ottunde il cuore degli uomini e li fa divenire delle bestie, alle credenze tradizionali che portano quegli stessi africani sorridenti a macellare selvaggiamente i loro conterranei albini per venderne gli arti e gli organi, ritenuti preziosissimi dalla medicina tradizionale locale.

Rudyard Kipling, nella sua poesia Il fardello dell’uomo bianco, parlava proprio di questo: di migliaia di giovani inviati in luoghi impervi e perniciosi a difendere i principi di civiltà dell’Occidente ed a confrontarsi con dei nativi che parevano - sempre stando a Kipling, - ora demoni ed ora bambini.

Il buonismo arcobaleno delle sinistre fucsia è, di fatto e senza saperlo, l’erede primo proprio del pensiero kiplinghiano e vittoriano: la presunta incapacità atavica di africani, indiani, malesi ad autodeterminarsi impone al buon europeo di recarsi ‘in colonia’ per svolgere lì la sua opera di Demiurgo, di risolutore delle storture del mondo, di salvatore bianco dei poveri indigeni neri tanto ingenui quanto bisognosi di aiuti esterni.

Certo, da che mondo è mondo e come la letteratura e la storia stesse ci insegnano, si va in colonia anche per trovare se stessi, per trovare un posto per quel Noi stessi che a casa un posto magari non ce l’ha ed i precedenti famosi, in questo senso, si sprecano: da Karen Dienesen, scrittrice danese che non riuscendo a sposare il barone Blixen convolò a nozze col di lui fratello e se ne andò a vivere in Kenya tra i Kikuyu (ma sempre in una splendida villa sull’altopiano di Ngong) fino ad Indro Montanelli che, insofferente al provincialismo del Regime Fascista, partì per l’Etiopia convinto di poter fondare lì una società più equa e meritocratica.

Si va in colonia per sentirsi gratificati, apprezzati, appagati. Si va in colonia per essere quegli eroi che la competizione, in patria, ci impedisce di diventare. Si va in colonia, infine, per sentirsi migliori rispetto a chi abbiamo lasciato indietro, per scorgere nei tramonti subsahariani quel bisogno di solidarietà che esisteva anche a casa ma che a casa non abbiamo voluto riconoscere.

Il tutto, come sempre, in attesa di diventare, al ritorno, general manager di Merril Lynch, dopo qualche selfie a fianco dei sorridenti bimbi africani.